Ginger e Fred

Amelia (Giulietta Masina) e Pippo (Marcello Mastroianni), in arte Ginger e Fred, avevano avuto successo sui palcoscenici di provincia nei lontani anni Quaranta. Si ritrovano, dopo decenni, per partecipare a un varietà di vecchie glorie organizzato da una televisione privata. Un’esperienza da incubo, ma ai due resterà il piacere di essersi ritrovati per un momento.

Ginger Rogers e Fred Astaire come simbolo della decadenza del cinema e dell’intrattenimento: si perde qualsiasi accenno di bellezza umana, ogni briciolo di vitalità, non esiste e non esisterà più lo spettacolo in grado di far trascorrere piacevolmente alcuni momenti grazie agli artisti veri; questi ultimi sono solo le ombre di loro stessi, troppo consumati dalla stanchezza, dalla fatica e dai rimorsi, portati dall’inevitabile revisione finale della propria vita.

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Un mondo perfetto

Siamo dalle parti di Dallas, nel novembre del 1963. Butch Haynes (Kevin Costner) evade di prigione con un compagno violento che finisce col dover uccidere. Le circostanze lo “costringono” a prendere come ostaggio il piccolo Philip (T.J. Lowther). Mentre fra l’uomo e il bambino si instaura un rapporto amichevole, la caccia all’evaso è guidata dal ranger Red Garnett (Clint Eastwood), un onest’uomo, cosa che non si può dire di tutti coloro che collaborano con lui.

Cominciamo dalle cose migliori: prima fra tutte, gli attori particolarmente in forma.

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Tutta la vita davanti

La venticinquenne Marta (Isabella Ragonese), laureata in filosofia con lode, decide di lavorare in un call center per guadagnare qualche soldo: il suo compito è quello di piazzare robot da cucina. La sua determinazione la fa entrare nelle grazie di Daniela (Sabrina Ferilli), responsabile dei telefonisti. Ma un tenace sindacalista vuole portare alla luce la situazione dei lavoratori precari…

Dopo una serie di dignitose commedine da cartolina, che riuscivano per lo meno a far ridere di gusto, Virzì decide di gettare totalmente nelle fiamme quel poco di buono che era riuscito a tirare fuori dalla sua pur dimenticabilissima carriera.

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Pranzo di Ferragosto

Gianni (Gianni DiGregorio) vive in una vecchia casa del centro di Roma con la madre, una nobildonna decaduta che lo tiranneggia e gli lascia solo il tempo per l’osteria. Alla vigilia di ferragosto, l’amministratore del palazzo, conoscendo la sua situazione di “cattività”, gli propone di tenere con sé, per un paio di giorni, la propria mamma, in cambio dell’abbuono di tutte le spese condominiali non pagate. Quando si presenta a casa sua in compagnia anche della vecchia zia, Gianni accusa un piccolo malore. Si reca allora da un amico medico per un controllo, che guarda caso gli affiderà pure lui l’anziana madre per la giornata festiva.

Qualcuno come DiGregorio si è illuso che i facili compromessi potessero salvare il cinema italiano dal baratro, ed è un vero peccato che nessuno sia andato a dirgli che non è così: potevano risparmiarci questo ennesimo supplizio per immagini.

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Piccolo Buddha

A Seattle, alcuni monaci provenienti dal Buthan chiedono ai genitori del bambino Jesse Konrad (Alex Wiesendanger) di accompagnare il piccolo nel Tibet, perché forse egli è la reincarnazione del Dalai Lama morto alcuni anni prima. Per far comprendere la loro fede gli regalano un libro che narra la storia del principe Siddharta (Keanu Reeves), il Buddha, l’Illuminato, che viene a sua volta raccontata nel corso del film.

Decisamente patinato, ma anche molto molto avvincente. Questi sono il principale difetto ed il principale difetto di questo film di Bertolucci, che più o meno si bilanciano, facendo anzi risultare l’operazione più gradevole che altro.

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E la nave va

Italia, 1914. La “Gloria N” salpa con a bordo un gruppo eterogeneo di ammiratori del soprano Edmea Tetua per andare a spargerne le ceneri nell’Egeo. Durante la navigazione si definiscono i personaggi. Poi la nave raccoglie dei profughi-naufraghi serbi in fuga dopo l’attentato di Sarajevo. E a causa dell’azione di uno di questi, la “Gloria N” viene cannoneggiata e affondata. Ma qualcuno si salva.

Una di quelle opere che superano abbondantemente la soglia della tristezza, e si proiettano in una dimensione di struggente malinconia che, semplicemente, non può essere sostenuta da dei deboli (o ricchi?) di spirito.

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