Semplicemente l’opera definitiva di Nanni Moretti, che utilizza per la quarta volta il suo alter ego Michele Apicella per narrarci lo sconforto della vita di tutti giorni e il suo modo di vedere il mondo portato ad una fatale saturazione.
Il personaggio che ne viene fuori non è più l’isterico ed insopportabile bambinone di Ecce Bombo e di Io sono un autarchico, né l’improvvisato genio incompreso di Sogni d’Oro, ma un malato e pervertito psico giudice in giacca azzurra, che possiede decine di paia di scarpe tutte uguali nel suo pulitissimo armadio e tutti completini ordinati da indossare a seconda delle occasioni.
E’ l’iperbole delirante di un’autobiografia profonda e totalmente priva di narcisismi, rimpiazzati invece da un occhio critico nei confronti di se stesso: il protagonista vede il mondo che lo circonda e, soprattutto, le altre persone, come qualcosa di sbagliato che deve essere corretto, e sa di avere la formula giusta per poter cercare di far vivere in pace gli altri, ma non per questo si illude che il mondo lo capisca, e vive in una sorta di equilibrio tra totale depressione maniacale ed illusione di una realtà impossibile.
Michele va in giro tutto il giorno su e giù per le scale mobili e osserva gli altri che vivono la loro vita, va davanti agli asili e guarda “le bellissime mamme italiane” che vanno a prendere i loro figli felici, che cresceranno e perderanno quella ingenua serenità che tutti i bambini hanno, che verrà invece sostituita dalla scontentezza di un lavoro che non fa per loro (“piuttosto che lavorare in banca mi ammazzo”), dalla gelosia e dall’impossibilità di protendere nel tempo un rapporto di coppia sincero e felice (“si lasciano e stanno un po’ per conto loro, poi si rimettono insieme, ma è troppo tardi, qualcosa è cambiato e non possono più essere felici insieme”) e dalla noia dell’istituzione e della quotidiana routine.
Siamo costretti a vedere il mondo da un punto di vista onirico e surreale, quello che viene distorto dalla mente e portato a livelli talmente folli da risultare credibili (riforme scolastiche senza senso, personale di polizia da risata e strani personaggi che girano per le strade della città), quello appartenente ad un tizio ambiguo, pieno di feticismi (dalla mania di guardare le scarpe a tutti a quella di collezionare le vite degli altri), che non possiede un’esistenza propria perché non gli piacciono gli altri e che, quindi è costretto a “nutrirsi” di quelle degli altri, discutendo dei problemi altrui con soluzioni assurde da un punto di vista emotivo ma anche stranamente giuste se ci si ragiona freddamente: come in un problema di matematica, è necessario portare tutto ad un livello semplice ed ordinato, di modo che sia possibile trovare una soluzione al quesito.
Questa esistenza triste e solitaria, viene interrotta bruscamente dall’arrivo di Bianca, una donna per cui prova qualcosa che viene ricambiato, e questo sconvolge i suoi equilibri, ma nonostante ciò, tronca tutto sul nascere perché, dopo aver vissuto per tutta la vita nei rapporti falliti degli altri, sa che prima o poi, finirebbe anche quello, e non è disposto ad accettarlo.
Oltre ad essere uno straordinario film sul comportamento umano (ed in particolar modo su quello del regista), è anche una commedia geniale totalmente atipica, che ignora completamente ogni barlume di razionalità, e che basa tutta la sua ironia su battute e situazioni fondamentalmente paradossali ed assurde: sono da ricordare, la cena a casa dei genitori dei due studenti fidanzati, il modo in cui Michele invita Bianca a casa sua (“le pareti si avvicinano…”) e i dialoghi tra lui ed il commissario (soprattutto quello finale con la risoluzione e la scoperta dell’assassino delle tre persone).
Una delle vette più alte raggiunte dal cinema italiano (ma non solo), ed un capolavoro di stile immortale.
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