Anno, 1462, Costantinopoli era caduta, i musulmani turchi dilagarono in Europa con un incommensurabile, fortissimo esercito, attaccando la Romania e minacciando tutto il mondo cristiano; dalla Transilvania, si levò un cavaliere del sacro ordine del Dragone, conosciuto come Draculea …
Bastano queste frasi narrate (come si scoprirà in seguito) dal saggio ed eccentrico Van Helsing, per farci fare un salto di dieci metri dalla poltrona. Chiunque al mondo si ricorderà il vampiro maligno e sanguinario dei classici con Bela Lugosi e, successivamente, con Christopher Lee, il re delle tenebre, l’imperatore assoluto del male sulla terra, il nosferatu che per primo è stato attaccato dalla sua maledizione e che si porta al seguito una schiera di dannati come lui costretti ad obbedirgli, si può trasformare in un pipistrello oppure in un vecchio, con in capelli neri pettinati all’indietro, che parla con una voce stranamente lugubre e che se ne va in giro con un mantello nero ed un abito da cerimonia funebre; quello di tutti i classici, era un mostro, da identificare come l’incarnazione del demonio, qualcosa (e non qualcuno), che deve essere distrutto il più in fretta possibile.
Pure nelle versioni “plagio” (e mi riferisco a Nosferatu di Fritz Lang e al relativo remake di Werner Herzog), veniva tutto schematizzato ad un livello di puro horror, d’autore, è vero, ma pur sempre un tipico esempio del genere, e stessa cosa per qualsiasi altro film su mostri vari e personaggi che, la storia, tiene in ombra e sotto l’etichetta della malvagità, e guai a dire “erano anche loro degli esseri umani come noi”.
Ebbene, Coppola (o chiunque abbia avuto l’idea) ha avuto la malsana intuizione di prendere il terrificante conte di Transilvania, colui che ha popolato per decenni interi gli incubi delle persone, e di portarlo ad un livello di inarrivabile umanità. Comincia con qualcosa di totalmente sconosciuto per le persone: le origini del male; ed è intuibile già dal principio che stiamo per assistere a qualcosa che ci era rimasto estraneo per tutta la vita, il celeberrimo conte, infatti, viene presentato come un cavaliere romeno, che combatte per la sua fede in Dio e vince le battaglie con una ferocia inaudita, ma che, quando ritorna al suo castello, trova conforto in una sola cosa, Elisabetta, sua moglie, la cosa più cara che ha sulla Terra; dopo aver vinto la battaglia e riportato l’ordine nel suo paese, però, i Turchi lanciano una freccia all’interno delle mura della sua reggia, con allegato un biglietto che comunica la sua falsa morte, e questo causa il suicidio di Elisabetta; Dracula (che si rifà al personaggio reale di Vlad III Draculea di Valacchia detto L’impalatore) è confuso ed adirato, perché, dopo che egli ha servito col sangue la sua chiesa, Dio lo ricompensa togliendogli tutto ? La risposta non gli arriva e questo lo porta a giurare fedeltà al male bevendo il sangue che sgorga dalla croce della sua chiesa; il resto è abbastanza noto, ha subito decine e decine di versioni cinematografiche, di plagi, di remake, di abbinamenti ad altri mostri classici e di parodie.
Non è che non sia, anche questo, un ennesimo tradimento della vera opera di Bram Stoker, in fondo tutta la faccenda di Mina che sarebbe la reincarnazione di Elisabetta e la storia d’amore tra lei e Dracula, sono pura invenzione, ma questa versione ha dalla sua una carica drammatica ed emotiva che ha uno strano frazio di rivoluzionario, non è accademico e non è verboso ma scorrevole e piacevole nelle immagini, con qualche scena (soprattutto il prologo ed il finale) da brivido (e non nel senso che facciano paura). Nonostante ciò, in ogni caso, da un punto di vista narrativo, rimane un mezzo fallimento: si era sempre stati abituati ad un Coppola che si prendeva tutto il tempo di cui aveva bisogno per ogni piccolo dettaglio, ne Il Padrino, di fatto, si faceva un’analisi profonda e dettagliata di una famiglia mafiosa, mostrando si e no tre vicende importanti, ma approfondite ed utilizzate il più possibile, Apocalypse Now giocava sulle immagini cupe sul conflitto interiore dei personaggi sulla macabra spettacolarità delle scene di guerra e sul fiume, che diveniva quasi l’Acheronte che finiva dritto nell’entrata dell’inferno, La conversazione era, ancor più, un film di sguardi di paure e di sensazioni negative; e Dracula di Bram Stoker non ha niente di tutto ciò, sembra quasi un riassunto di una storia già esistente, una versione tagliata ed accorciata del vero film, dove si intravede una dose immensa di emotività che, però, non viene mai raggiunta in modo completo, e le parentesi oniriche, non servono affatto a convincere di più anzi, sono spesso fuori luogo.
Rimane un’ottima introduzione ad un genere che sta tra l’horror e il drammatico, ma ancora non siamo ad un livello di pura eccellenza, per quello ci vorrà Neal Jordan e il suo successivo Intervista col Vampiro.
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