“Parlo del bene esasperando il male” disse qualcuno, ed era presumibile che, in periodi così inclini alla spettacolarizzazione ed al didascalismo dei film denuncia, un’opera sul nazismo, non sarebbe stata diversa da qualsiasi altro polpettone sulle discriminazioni, sui personaggi storici, su Roma o su qualunque altra cosa; ed in effetti il film è dotato di un’epica raffinata e letteraria, ma anche cinica e antiretorica, lontana da qualsiasi facile interpretazione, un film che non è facile seguire e capire, un tomo storico di due ore e venti sul potere nazista, sulla disunione familiare e sull’esaltazione dei fatti minori ma pur sempre macabri e terrificanti (per quanto spettacolari).
Un fisico una volta disse che ciò che non si è in grado di spiegare con semplicità, è qualcosa che non si è capito fino in fondo, ma come è possibile raccontare una simile storia senza retorica se non raccontandone i lati intrecciati, problematici, le sfaccettature folli dei personaggi e le vicende politiche minuziosamente ricostruite? Forse il modo c’è, ma non è per niente facile (giocandosi il tutto per tutto sull’efficacia dello stile, si può sperare di ottenere risultati magnifici senza retorica e senza troppi infiorettamenti), in ogni caso, bisogna proprio ammettere che non si tratta di un film semplice, anzi, in più di un’occasione si trova piuttosto complicato seguire le varie vicende, ma con Visconti c’è il rischio di farsi tanti problemi per niente: non bisogna pensare tanto alla parola scritta della sceneggiatura, ma alla rigorosa durezza delle immagini, all’impatto che trasmettono le scene degli omicidi, la drammatica sequenza della Notte dei lunghi coltelli (quando le SS uccidono le SA), costruita con ferocia e distacco spaventosi, e alla ricostruzione storica come atmosfera, che risulta essere tesa, quanto spaventosa.
E poi rimane il tema di fondo della vendetta silenziosa, e quello della morte dimenticata nell’oblio, temi molto cari al regista, e sviluppati attraverso molte verbosità e tocchi stilistici; ed è forse qui che, il film, trova le sue limitazioni: si mantiene su di un livello di spettacolarità artigianale di notevole impatto, contiene dettagliate ricostruzioni dei luoghi e dei “colori” degli anni del terrore di inizio nazismo (i costumi figurativi e non, gli usi degli ufficiali, le manie che dilagavano, il nazionalismo ed il senso della patria come diritto supremo e dominante che dilagava e tutto il resto), inizia con diversi personaggi, ambientazioni cupe e sfarzose, una colonna sonora atipica (quella dei titoli di testa con gli spezzoni delle acciaierie in azione), una serie di situazioni equivoche ed inquietanti (lo stupro fuori campo della bambina e l’urlo della donna in lontananza) e prosegue cercando (con indubbio successo) un filo conduttore unico per mettere insieme le caratterizzazioni delle vari “componenti del massacro” e sovrapporle agli avvenimenti reali, ma tutto ciò viene espresso con accademia, tutti gli arzigogolati dettagli che Visconti inserisce in ogni singola stupida cosa si annullano da soli creando un clima di eccessiva freddezza per un racconto del genere (in totale contrapposizione con la valanga di emozioni che porta la visione di Morte a Venezia), una sovrabbondanza di componente letteraria che poteva essere abbondantemente risparmiata (non si sta parlando del linguaggio allegorico di Pasolini, in cui la componente orale rappresentava molto per potersi controbilanciare alla pesantezza delle magnifiche immagini, ma di quello armonioso di un regista famoso per l’appunto per il suo talento nell’orchestrare gli ambienti, e che si risparmia molto per quanto riguarda i dialoghi), per potersi esprimere realmente con i veri e stupendi virtuosismi scenografici e fotografici che potevano descrivere più di mille parole.
Per quello che riguarda quanto citato all’inizio, il male portato a saturazione per poter trovare un raggio di luce nell’ombra, è invece utilizzato egregiamente, non ci si risparmiano cinismi e terrificanti citazioni storiche di nessun tipo (si vedano il rogo dei libri o la morte di Elisabeth a Dachau), e nel finale, non vengono fatti vincere gli eroi (come ci si poteva aspettare), perché sarebbe stato falso; l’ultima inquadratura, è quella di Martin che fa il saluto romano ai cadaveri sul divano.
Ha diversi lati negativi ma anche tanti aspetti che mancano a molti film sull’argomento, inferiore ad altri di Visconti, ma comunque bello.
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