La Stanza del Figlio

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Non si esce bene dalla visione di questo film, non perché sia particolarmente strappalacrime, ma solo perché mette in risalto degli aspetti di verità che non ci si aspetterebbe.

La storia è molto semplice: una famiglia molto unita, viene sconvolta da un trauma enorme come la perdita di uno dei figli. Ma, in fondo, si può davvero definire semplice? Quello che Moretti modifica per portare ad un suo ideale livello di lavorazione, è un tema eterno, sviluppato con una potenza narrativa inimmaginabile: il dolore.

Non un dolore fisico che inizia e finisce, non una ferita marginale lasciata da avvenimenti tristi ma che, primo o poi, verrà dimenticata, qui si parla di una tragedia che, nel suo piccolo (in termini di spazio effettivo), raggiunge dimensioni catastrofiche, il più grande e terrificante dolore umano che una persona possa provare; e in fatti, la dimensione narrativa del film sta tra le mura oscure e logore della casa della famiglia, e le strade strette formate dalla geografia claustrofobica e chiusa di Ancona.

Giovanni si ritrova da condurre una vita normale ad un abisso di afflizione e di sensi di colpa, faceva lo psicologo con disponibilità e distacco, senza mai arrabbiarsi, ascoltando e facendosi ascoltare, era nella fascia di età in cui quelli del mestiere sono più cinici (come afferma l’anziano paziente che, con molta calma, lo insulta), ma dopo la morte di Andrea (il figlio) non riesce più ad ascoltare né aiutare nessuno, o si fa coinvolgere troppo, o non ascolta neanche quanto gli viene riferito; comincia a vivere in uno stato di ipertensione velato dalla sua natura calma, e non più loquace e, spesso, logorroica e stancante mostrata in altre occasioni, è quasi timido, almeno all’apparenza, ma è soltanto uno che non lascia confidenze, almeno non con chi non se le merita (e a quanto sembra dalla lettera di Arianna, Andrea aveva preso da lui), è uno che vive del proprio equilibrio, del suo ordine, anche maniacale volendo, ma controllato da una forza inconscia che vive dentro di lui, e che viene paralizzata nel momento in cui, questo precario equilibrio, viene distrutto, dall’inaspettato caso.

Non si può nemmeno trovare conforto in Dio, o nelle parole di un prete, perché per quale motivo dovremmo credere che un ente superiore che, in qualche modo ha creato tutto, possa decidere arbitrariamente sugli “appuntamenti” che noi o che un ragazzo delle superiori ingenuo e tenero nella sua tranquilla stranezza, avremmo con il fato, che in ogni caso sarà certamente funesto? Come si può continuare a credere nella vita di tutti i giorni dopo che questa stessa, dopo averti donato la tranquilla felicità che speravi, si riprende tutto con tanto di interessi? Moretti non ha né la voglia ne la presunzione di risponderci, è stanco, depresso, ha perso la voglia di porsi domande e di trovare risposte, vuole solo seguire i suoi tre personaggi attraverso il loro tremendo lutto per poter raccontare, a testa bassa e senza la minima voglia di mettersi a fare il profeta dei misteri irrisolvibili ed irrivelabili, qualcosa che non dipenda più semplicemente dalla condizione in cui vive il mondo, o il nostro paese, e neanche dalle questioni di politica, di caduta dei partiti, di dissoluzione di sogni, di speranze, di sangue, di vittorie, di ideali radicati nel profondo, ma dalla pura essenza umana, e non religiosa o antireligiosa come La Messa è Finita, una vera e propria analisi di un comportamento umano tra i più comuni e discussi di tutti i tempi.

E’ finita l’epoca del Michele Apicella di Ecce Bombo, di Sogni d’Oro e di Palombella Rossa, mentre è arrivato il momento di descrivere qualcosa che vada anche oltre la pura e semplice mentalità di un epoca, per quanto soggettiva e modesta possa essere.

Poi, al di là di come uno la possa pensare, non bisogna affermare con tanta leggerezza che si tratta di un film che sfrutta argomenti troppo facili per poter risultare pienamente onesto, non è una cosa da sottovalutare, non perché non sia vero (questo è soggettivo) ma perché se c’è una cosa di Moretti che tutti possono tranquillamente apprezzare, è la totale “purezza” e personalità delle sue opere, che tanto hanno fatto identificare i giovani di una volta; e poi parlare di un tema così immenso ed immortale, con una messa in scena di ferro, e senza mai cadere neanche per mezzo secondo (e con argomenti del genere ci vuole un’abilità registica sovrumana) in mielosità, stucchevolezze e populismi, non è mai una cosa banale.

La Stanza del Figlio, è uno dei capolavori del caro Nanni, ed uno dei film italiani più belli degli ultimi dieci anni, insieme a Il Caimano, sempre dello stesso Moretti.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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