Un Woody Allen più farfugliante del solito, il che di solito è un bene, ma che in questo film non mi ha entusiasmato.
Isaac Davis (Woody Allen), è un autore televisivo 42enne che vive e lavoro a Manhattan. Ha da poco divorziato dalla sua seconda moglie, Jill (Meryl Streep), che l’ha lasciato per un’altra donna, Connie (Karen Ludwig), e che sta scrivendo un libro sul loro fallimentare matrimonio. Isaac, a sua volta, frequenta una ragazza di 17 anni, Tracy (Mariel Hemingway): sebbene viva questa loro storia in previsione del fatto che non potrà durare molto a causa della differenza di età. Il suo migliore amico, Yale (Michael Murphy), sta attraversando un periodo difficile perché sta avendo una relazione extra-coniugale con Mary (Diane Keaton). Sebbene al primo incontro Isaac la trovi troppo sofisticata, saccente ed antipatica, col tempo inizierà a provare per lei dell’altro…
Sono consapevole che questo è considerato uno dei suoi migliori film: ottimo il lavoro accademico e di collaudo di nuove tecniche registiche. Ma quello che a me piace di Allen sono soprattutto l’originalità dei dialoghi e quel suo modo di rendere le pellicole molto teatrali, in una atmosfera semplice, senza aver bisogno di forzare la regia.
Qui invece è evidente l’intento di miglioria dal punto di vista della forma. Ha scelto, infatti, di girare in bianco e nero perchè, come più volte ha dichiarato, “New York è una città fatta di questi due colori, come le persone che la amano o la odiano, senza vie di mezzo”. Quindi ottima la fotografia di Gordon Willis (“Tutti gli uomini del presidente”, “Il Padrino” – mica pizza e fichi!), con un bellissimo gioco di luci e ombre, sfruttando anche la possibilità di belle scene dove, dei personaggi, si vede solo il profilo scuro e nero, in un piacevolissimo contrasto con lo sfondo illuminato. Registicamente, poi, si riduce a rarissimi movimenti di macchina, preferendo, invece, dei campi lunghi e fissi, dove posiziona gli attori negli angoli dell’inquadratura o ai lati, “tagliando” spesso, e per ovvi motivi, la testa degli attori in scena. Scelta, quindi, dovuta ad una sperimentazione, che dà buoni frutti, se si considera il fatto, che forse questo lascia più spazio allo sfondo e quindi alla contemplazione della città.
Nonostante la storia non particolarmente avvincente e la ristretta quantità dei suoi geniali monologhi, rimane comunque un bel film, con una buona base “Alleyana” ma con una dose di innovazione, per me, non necessaria.
In quanto di Woody Allen, si può guardare. Se però, non avete mai visto niente di suo vi sconsiglio un battesimo ai suoi film con questo in particolare. Piuttosto se già amate il demenziale partite con “Il dittatore dello stato libero di Bananas”. Se amate la semplice commedia, vi consiglio, “Hollywood ending” e se invece volete qualcosa in tema romantico, “Mariti e mogli”.
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