C’è un tizio, John, (per la precisione uno sbirro) a cui è sparito il figlio, che è stato abbandonato dalla moglie e che, dopo il primo tragico evento e ritenendosi totalmente responsabile di non aver protetto il sangue del suo sangue, comincia a drogarsi.
Nella centrale di polizia dove lavora, viene utilizzato un nuovo sistema di investigazione, che consente ai poliziotti di prevenire i crimini, soprattutto gli omicidi (non per nulla, la loro unità si chiama PreCrimine), attraverso l’ utilizzo dei Precog, degli esseri umani nati con una mutazione del cervello causata da droghe utilizzate dai genitori.
Tutto scorre regolarmente malinconico nella vita John, fino a che, un giorno, i Precog non prevedono un omicidio in cui, l’assassino, è proprio lui.
Questi sono più o meno i primi trenta minuti di trama, dove viene messa parecchia carne al fuoco, tra citazioni di fatti attuali (c’ è già in studio un sistema simile a quello adottato dalla Pre-crimine, dove i malviventi vengono intercettati prima che possano far del male), e fantascienza post–Blade Runner, e guarda caso, è sempre tratto da un racconto di Dick. Così Spielberg tenta un ritorno ai bei tempi andati, quelli in cui i blockbuster erano ancora visti come un miracolo dell’onnipotente per riuscire a “sfamare” quella belva ingorda che è il pubblico dopo avergli propinato anni di cinema d’ autore; perché, in effetti, era da Jurassick Park che si era dedicato soltanto al suo caro e sopravvalutato cinemino storico, poi Il mondo perduto non era piaciuto (nonostante rimanga un gran bel film di genere) e così era passato alla filosofia americana sulla guerra (Salvate il soldato Ryan), al razzismo moralista degli anni della schiavitù (Amistad) e ad un drammone fanta-familiare tratto da un soggetto eterno di Kubrick, ma realizzato maluccio e “facilmente” anche per un sentimentale come Spielberg.
Già dopo i primi due minuti di film, è chiaro come la luce del Sole che, con tutta probabilità, non ci stiamo accingendo a vedere un capolavoro: tutta la bellezza e il fascino della miglio fantascienza di genere è totalmente inesistente, non c’ è la malinconia oscura ed intensa di Blade Runner, né l’estetica potente e rigorosa di Matrix. L’ evoluzione della vicenda non aiuta di certo a ricredersi, di fatti tutte le scene d’ azione, da quella per strada che conduce all’interno delle case, alla fuga dalla stazione di polizia, sono prive di suspense, tutto è già previsto, tutto è perfettamente scontato, sono ben realizzate solo grazie agli effetti speciali (e quindi, grazie al quattrino) ma la classe ed il coinvolgimento di un vero e proprio film d’ azione, manca totalmente, e si tiene a distanza dalla grandezza visiva che possiedono molti popcorn movie, dichiaratamente non impegnati (tutti i Michael Bay e tutti i Roland Emmerich, per quanto insulsi cinematograficamente parlando, hanno una grande forza visiva).
Ciò comporta pure una enorme scarsità di ritmo, non che ci si annoi (raro con questi tipi di film), ma vogliamo mettere con il grande lavoro dei fratelli Wachowski ? L’ azione che ci viene mostrata è di pura e fredda immagine, statica e accademica, come si può vedere in tanti altri film minori.
Poi, c’ è l’ altra faccia della medaglia, quella su cui sembra vertere tutto, e cioè la sceneggiatura. Dick, che piaccia o no, fu un grande scrittore, avanti nei temi e bravissimo nello svilupparli, risulta quindi difficile credere che la trama di Minority Report venisse presentata e raccontata in modo così scialbo anche nel libro; perché, è perfettamente chiaro sin dai primi momenti di approccio all’ambiente e alla storia, che Lamar (il vecchio Von Sydow) in un modo o nell’altro è invischiato negativamente in questa vicenda perché lo “schemino” hollywoodiano vuole che il cattivo passi da buono (in questo caso appunto Lamar) e che il buono passi da cattivo (in questo caso interpretato da Colin Farrell), ma è logico anche per lo spettatore che funzioni così, com’è logico anche che alla fine il supereroe Tom Cruise, non verrà mai ucciso dal cattivo di turno e che tutto si risolverà senza troppi spargimenti di sangue, e nel migliore dei modi.
Difficile dire di ricevere una delusione da tutto ciò, in fondo che Spielberg non fosse più lo stesso lo si era capito da tempo, ma che si riducesse a fare dei puri e semplici blockbuster commerciali, proprio non era previsto, perché qui non c’ è più il divertimento di Indiana Jones o la tensione di Jurassick Park o il sogno di Incontri ravvicinati, è tutto freddo, scontato ed impacchettato per dare, col minor sforzo possibile, un risultato che possa essere considerato sufficiente per poter sbancare al botteghino. Pure Cruise (forse il più grande attore della sua generazione) non riesce a dare nemmeno una frazione del meglio di se.
Non è ovviamente brutto, ma è difficile trovare dei lati positivi o quanto meno avvincenti in prodotti scialbi come questo.
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