David Lynch, regista statunitense, per molti un disturbato mentale, per altri un genio, per altri ancora un ciarlatano che si finge sperimentalista, per me, un regista, punto.
Ha di buono di avere un suo stile inconfondibile, basato sulla suggestione dell’ immagine, forse, tra i registi di oggi, è quello che più si avvicina al significato vero e proprio dell’ affermazione “fare cinema” (pochi dialoghi non essenziali, film molto diversi tra loro, e un grande senso dell’ estetica nell’immagine); ha di cattivo, che il caos (totalmente psichico, sia chiaro) che lui prende come base della messa in scena dei suoi film, rischia (anche se è un rischio calcolato e che non gli ha impedito di realizzare dei grandi capolavori di questo genere) di trasformare lo stesso film in un gran caos, e non qualcosa di significativamente ordinabile o che, comunque, possa avere delle possibili interpretazioni, ma qualcosa di totalmente delirante, fuori da ogni possibile decifrazione fatta a mente lucida, il che è poi impossibile, dato che dopo la visione di una sua opera si è storditi, confusi e spesso ci vuole un po’ prima di riuscire ad avere bene in mente tutte le immagini che ci sono passate davanti agli occhi.
I più (cioè quelli che si ritengono gli “ignoranti” del capo, e che spesso riconoscono per primi gli imbroglioni) in questo caso hanno ragione, della storia di Mulholland Drive si capisce poco o nulla, è costituito da una prima ora e quaranta che alterna la storia delle due ragazze lesbiche che tentano di ritrovare l’identità della mora, a delle altre sequenze di pochi minuti in cui si vede di tutto ma che non centrano un tubo con tutto il resto, il tutto alternato ulteriormente alla vicenda del regista che tenta di girare un film mentre sua moglie lo tradisce con l’ incredibile Hulk ed una compagnia di apparenti malavitosi fuori di testa lo minacciano di interrompere il lavoro se non sceglie l’ attrice che vogliono loro per la parte della protagonista, i restanti quarantacinque minuti sono la follia più totale, si vede Naomi Watts che diventa quattro personaggi diversi (l’ amica cosiddetta Rita, Diane, Betty e la fidanza di quello col cappotto di pelle) che vede e fa cose assurde.
Ma a che cosa serve vedere un tizio che va da un suo amico e che uccide sia quest’ ultimo che altre due persone che, per sbaglio, lo avevano visto, se non centra niente su quanto visto in precedenza ed in seguito ? A che mi serve vedere un grassone di due metri che va a casa del regista prima citato e prende a botte sia sua moglie che l’ amante/incredibile Hulk, se poi il suddetto ciccione non si vede più ? A che mi serve vedere uno che entra in bar e racconta un sogno ad un altro per poi uscire ed andare verso un muretto dietro al quale si nasconde un demone dai capelli rasta che ricomparirà in seguito con scopo ignoto ? A che mi serve vedere un regista che va un tizio inquietante ed improvvisato cowboy che gli fa una sorta di minaccia poetica se poi scompare nel nulla ? Io una risposta non me la so dare, come non so spiegarmi minimamente il significato degli ultimi quaranta minuti di film (per essere precisi, da quando la mora “entra” nella scatolina blu), né tutta la scena del teatro, né il ruolo del Cowboy in tutto questo, e nemmeno i due vecchi fluttuanti che inseguono la Watts impaurita e neppure il cambio di storia (se così la possiamo chiamare) e di personaggi man mano che ci si avvia alla fine.
Lynch dice che il suo film più irrisolto è Strade perdute, ma a me è sembrato invece che fosse un solidissimo noir, suggestivo ed affascinante come pochi, teso, contorto e in bilico tra onirico e horror, ma che allo stesso tempo anche interpretabile, denso e carismatico, questo invece è grottesco (mischiato al puro sperimentalismo), spesso noioso, con pochissime scene di tensione, che tenta di far entrare nelle sensazioni dei protagonismi ma finisce solo per fare virtuosismi di troppo e che per me (e questo “per me” lo sottolineo mille volte), è irrisolto. Ho sentito dire che la “spiegazione” potrebbe essere quella di una prima parte immaginaria e di un finale reale, in cui lei fa l’attrice fallita, innamorata di una che, invece, è diventata di successo e sta per sposare il suo regista di fiducia, ma l’ unica cosa che vi ho letto è un tributo alle illusioni e ai grandi inganni del cinema (come l’ ultima scena o le sequenze dello spettacolo alla fine), per il resto, se un film non è in grado di trasmettere ciò che vuole con quello che ha e con il suo stile di narrazione, è da considerarsi un mezzo fallimento, non attribuibile alla scusa della narrazione surreale che non deve permettere di capire ma di interpretare, perché in questo caso, saperlo non è servito.
Il cinema di Lynch in generale mi piace, ma questo film, mi è davvero risultato “stilisticamente eccessivo”.
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