Premessa: ammetto che forse in questo film, sono io che ci vedo troppo, e che forse è molto meno filosofico di come ve lo porrò. Rimane uno dei miei film preferiti. Ne conosco a memoria i dialoghi e spesso mi diverto a citarli. Probabilmente non sarete d’accordo, ma rimane il mio sincero parere.
Brillante. Di più. Un diamante, nella sua semplicità, della commedia italiana e miglior film di Virzì.
Piero Mansani (Edoardo Gabbriellini) è un giovane livornese che, nonostante la giovane età, si racconta. Ripercorrendo i momenti più importanti della sua semplice ma infelice vita che, sebbene disagiata e poco speranzosa per il futuro, non gli fa mai perdere la voglia di sognare la felicità e quindi l’amore.
Cos’è un Ovosodo?
Innanzitutto è un rione di Livorno chiamato così per via delle maglie bianco-gialle indossate durante il Palio Marinaro. Piero è nato in questo quartiere, e lui stesso viene chiamato Ovosodo per definire in modo dispregiativo il ragazzo provincialotto e del quartiere povero.
Ma a Livorno un “Ovosodo” è anche detto di qualcuno senza personalità, un “rimbambito”, una persona incapare di prendere la vita a quattro mani per cambiare ciò che non va. Nei suoi problemi è un ragazzo come tanti, e ci sarebbe quindi da chiedersi: “cosa ci vuole insegnare un ragazzo così giovane?”, “quali grandi esperienze può aver mai avuto ?”. E’ questo che rende Piero credibile e capace di parlare di se’. Chi ci parla non si pone come un eroe, anzi. La consapevolezza della sua sfortuna è la vera forza: lo scorrere naturale della vita è un viaggio che, attraverso vari tipi di esperienze, porta a migliorarsi e ad avere la voglia di riscattarsi.
Piero, invece chiama “Ovosodo” è uno stato d’ansia naturale che tutti abbiamo. Un uovo sodo incastrato nella gola. Un magone che ci accompagna per tutta la vita, sin da quando abbiamo coscienza di noi stessi. Non è per forza qualcosa di negativo. Può essere un semplice monito per responsabilizzarsi, un’auto-difesa sintomatica del dolore, oppure può essere un felice stato di eterna malinconia a cui però ci si affeziona e che non abbandonandoci, ci diventa familare ed amico.
“…c’ho un coso qui…un magone…come se avessi mangiato un ovo sodo col guscio e tutto…non va ne’ in su, ne’ in giù.”
Ottimo lo sconosciuto Edoardo Gabbriellini, una buona ma acerba Claudia Pandolfi e una Nicoletta Braschi, nella sua migliore interpretazione, e se si può dire, anche meglio che ne “La vita è bella”.
L’esuberante sceneggiatura di Virzì, valorizza la cornice che è l’ambientazione. Una Livorno delle fabbriche dai miasmi tossici, degli scaricatori di porto, dei bulli drogati, dei sobbroghi poveri contrapposti a quelli ricchi e nel momento delle lotte studentesche degli anni ‘90, dei motorini in cui si andava in due e senza casco e di una moda nell’abbigliamento assolutamente non considerata, dove ognuno si metteva quel che voleva e non era giudicato per quello che portava. Poesia allo stato puro.
Perfetto per una prima visione in età adolescenziale, dove se ne può gustare tutti gli aspetti alla scoperta e alla ricerca dell’amore; nostalgico, invece, per i più grandi che hanno vissuto gli anni migliori della loro giovinezza tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio dei ‘90.
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