Quello di Pasolini è sempre stato un cinema estremamente pessimista, forse le uniche volte in cui è riuscito a parlare della vita come mistero e con una speranza di felicità globale e genuina (egregiamente tra l’ altro) è stato con la trilogia della vita (Il Decameron, I Racconti di Canterbury e Il fiore delle Mille e una Notte) e, anche se in modo molto più terreno e meno “gioioso” con Il Vangelo secondo Matteo, tutte le altre volte, è stato artefice di sole tragedie (da ricordare soprattutto Edipo Re), di film scandalo, di follie ciniche ed ironiche (si pensi ad Uccellacci e Uccellini) e di truculenze (mai gratis) terrificanti e fuori dal comune.
In questo caso, però, supera se stesso ed ogni prospettiva del genere umano (che paradossalmente è messo proprio al primo posto nel giudizio critico e disperato di fondo che arriva).
Si inizia con una scritta che non preannuncia nulla di buono (Antinferno) per poi vedere quattro persone che firmano un libretto di regole, e dei soldati SS che strappano alle loro famiglie dei ragazzi e delle ragazze, che verranno poi selezionati e condotti in una villa isolata.
Comincia così, come preannunciato all’inizio, un viaggio tenebroso in un inferno creato dalla pazzia umana, il cui avvio, viene stabilito dalla lettura delle regole: non viene data alcuna speranza di salvezza, né di libertà, viene anzi riferito che da quando sono finiti tra le grinfie dei soldati, appartengono a loro e sono obbligati a soddisfare ogni richiesta; coloro che si azzarderanno a fuggire saranno puniti con l’ asportazione di un arto, coloro che saranno colti a pregare Dio saranno uccisi, insomma è una specie di interpretazione giuridica di “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”.
Da qui in poi è tutto un crescendo di atrocità bestiali divise in tre gironi (delle manie, della merda e del sangue) una peggio dell’altra, in cui l’ uomo viene ridotto a livelli animaleschi (tant’è che i prigionieri vengono obbligati ad abbaiare e a mangiare dalle ciotole come i cani) e tra orge ad ogni ora del giorno tutte le volte che i signori ne hanno voglia, e racconti sconci che arrivano direttamente da delle prostitute, l’ essere umano plasma la sua parte folle con quella razionale (i signori, infatti, discutono dell’attualità del paese e della situazione politica in cui esso si trova). Si passa da masturbazioni di gruppo e sodomie a matrimoni misti tra uomini e padri e figlie celebrati in nome di nessuno, per poi arrivare ai banchetti a base di escrementi umani, e alla finale punizione delle vittime finite sulla lista dei disubbidienti, momento in cui si arriva, forse, all’apogeo della violenza, un martirio silenzioso osservato da dietro una finestra con compiaciuto sadismo dai “compagni di merende” di questa atrocità (i poveri ragazzi vengono flagellati, bruciati, scorticati, scotennati e fatti a pezzi con foga e piacere).
Se la trilogia della vita vedeva il sesso come un valore indispensabile per la socialità e la reale felicità dell’uomo, questo la mette in luce come una macchina di morte, qualcosa per cui si soffre, per cui si uccide, e si viene uccisi, un rigetto di inumanità che sembrano sempre più umane, dove vince il potente e soffre il sottomesso, quello mostrato è l’ antierotismo morboso di De Sade (da cui deriva, appunto, il termine sadismo) rimodernato e ricostruito nell’epoca in cui l’ anarchia era una legge assoluta (come ci viene fatto notare da uno dei personaggi, i fascisti sono gli unici ad essere davvero anarchici), e la villa assume dei toni infernali sia per la “qualità” delle immagini che per lo stile di narrazione con cui ci viene presentata : sta in mezzo tra un campo di sterminio in stile Aushwitz e una casa dominata da una setta di potenti come se ne vede tante oggi (in stile Eyes Wide Shut).
Non ci vengono lasciate consolazioni, infatti dopo la violenza inaudita, la vicenda termina con il massacro nel cortile, e con due soldati che ballano un delizioso valzer chiusi in una stanza (con una delicata e piacevole musichetta in sottofondo), mentre fuori, stanno avvenendo degli abomini mostruosi; ed è terribile il grido di agonia di una delle ragazze che si chiede “Dio, perché ci hai abbandonati“, ma Dio non risponde, perché come viene detto, in quella casa, poco fuori da Salò, isolata da tutto e da tutti, non c’ è nessuna giuristizione, neanche quella divina, tutto è completamente tagliato fuori dalla nostra dimensione razionale; sarebbe poi bello poter identificare i carnefici come dei demoni, ma come ci ricordano, anche loro avevano una madre (e non vedevano l’ ora di farle chiudere gli occhi per sempre).
Questa è un angosciante e terribile raffigurazione in chiave tragica della degenerazione del potere da parte di coloro che hanno in mano tutto, che poi sfocia in un racconto crudele e terribilmente scomodo nella sua immensità, sulla sessualità usata come atto sanguinario, freddo ed abominevole, un connubio di tensione e di claustrofobia, perché in fondo, lo sappiamo come andrà a finire (ma poi non possiamo neanche dire che finisca realmente, perché c’ è ancora un’ eternità davanti a noi per dimostrare che ciò che è accaduto, non è altro che una routine della razza umana).
Rimane uno dei capolavori di Pasolini, superiore a qualsiasi sua altra opera in tutto e per tutto (e ce ne vuole per arrivare a dire questo) apparte Il Vangelo secondo Matteo (che gli rimane leggermente superiore), ed una delle più grandi magnificenze del nostro cinema e di quello mondiale.
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carlo ha scritto
maggio 19 2010 @ 15:54
Un capolavoro?????????????!!!!!!!!!!!!!!!!secondo me qui si sta lettralmente perdendo il lume della ragione. Solo perche il film è stato fatto da quel genio di Pasolini, allora si deve per forza considerarla un opera di spessore e giustificarla in ogni sua parte. Ma siamo scemi, porca troia!!!!???quel cazzo di film è una schifezza, un abominio, uno scempio, un atto di violenza da parte del regista!!!!!!!!!come se avesse violentato quei ragazzini….e se fosse lui il prototipo del pedofilo con cui ogni gg ce la prendiamo a morte dopo aver letto le notizie sull’argomento dai media?????
immagino gia le reazioni di chi legge quello che ho scritto. Di sicuro qualcuno pensa che il sottoscritto sia un moralista o un superficialone che non va oltre le immagini e non coglie il significato. In realta pasolini era un pervertito. Chissa quante seghe si è fatto vedere quei ragazzini nudi, chissa quanto godeva a immaginare quelle scelleratezze..il film non è altro che uno sfogo alle sue manie piu estreme.
se diciamo ad altri cento registi di fare un film che rappresenti la degenerazione del potere, l’assenza di speranza, l’angoscia dovuta al fascismo e tutto quello che voleva rappresentare lui, a nessuno gli passa per la testa di fare una schifezza del genere.
in altre parole, tramite un film si puo trasmettere quello che si vuole, ma se si sceglie una trama del genere non si puo pensare che il regista non abbia delle manie perverse. Poi il risultato quel’è???capolavoro di Pasolini..perche era lui con la sua fama e tutto il resto. Smettialmola di valutare quello che si vede o che accade solo perche lo vediamo in relazione ad una persona o ad un contesto, bisogna valutarlo in senso assoluto, distaccato.In altre parole tutti dovremmo dire: questo film è di una scabrosità estrema. Miente lo giustifica. Cazzo. Neanche la denuncia del piu turpe dei fatti.
sirJoshua ha scritto
maggio 21 2010 @ 16:46
Innanzi tutto, non mi dispiacerebbe che i propri assolutismi venissero messi da parte, in secondo luogo, senza stare a farti notare il fatto che hai messo più sconcezze linguistiche nel commento rispetto a quelle che ha messo Pasolini nel film, risponderò citando lo stesso Pasolini:”Io credo che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere, e chi rifiuta di essere scandalizzato è un moralista”. In altre parole, si, sei un moralista, che non sa andare oltre al suo piccolo mondo, rifiutando un’analisi dell’essere umano diversa e, senza alcun dubbio, più profonda della sua. Poi per il fatto di giudicare un film solo per chi c’è dietro, ti comunico che alcuni film di Pasolini mi hanno convinto poco (su tutti Medea e I racconti di Canterbury) e che quando ce n’è stata la necessità, l’ho detto, ma se i suoi film non mi piacessero, non sarebbe di certo uno dei miei registi preferiti, no? Per concludere, se avere Salò o le 120 giornate di Sodoma tra i film preferiti significa, nella tua mentalità, essere dei pervertiti, allora considerami pure tale.