La prima regola del cinema hollywoodiano impegnato (e non solo ovviamente) è la spettacolarizzazione. Non importa quanto grandi ed importanti siano stati gli avvenimenti a cui fanno riferimento, né le conseguenze che hanno causato, né tanto meno quello che hanno detto, o fatto, o anche scritto (tra Primo Levi, che è tra i più ricordati, e gli altri, fra i quali preti di tutte le fedi e di varie nazioni, russi, ebrei e tedeschi stessi) le importanti (o anche semplici) personalità che vi hanno assistito e partecipato, sia da vittime che da carnefici. La cosa fondamentale, è che l’operazione finale (sia per il successo di pubblico che di critica) risulti commovente nella sua falsità, ruffiana nel suo essere (falsamente) obbiettiva, romanzata a più non posso nonostante la pubblicità “semi – documentaristica” fattagli intorno e, soprattutto, ben realizzata esteticamente in modo da risultare un grande film.
Spielberg è, e sarà sempre (fin che gli sarà concesso dal mondo e dalle sue prospettive non proprio rosee), un regista di cuore, che lavora con tutta l’ anima per realizzare dei prodotti soddisfacenti e che, per prima cosa, gli diano soddisfazione. Poi pensa al modo migliore per farli piacere alla gente (con tutti i vari trucchetti del caso), ed infine butta l’ occhio sui numeri, sulla spesa (che per uno come lui ormai non è più un problema) e sul profitto che potrà ricavare dalle opere.
In questo modo di fare cinema è maestro indiscusso. E’ nato negli anni Settanta ed è proseguito fino agli ultimi tempi degli anni Ottanta (prima di cedere il passo al “decennio degli ibridi”), passando attraverso a persone come George Lucas, Joe Dante, Chris Columbus, Richard Donner, Robert Zemeckis (forse l’ unico che ha continuato nel suo lavoro di genere), John Landis e così via, ed un tipo di fare cinema molto sognante, ottimista (che ogni tanto cade nel buonismo eccessivo) e, qualche volta, pure infantile, ma che si addice pienamente a molti lavori realizzati nei primi anni di carriera, che infatti, risultano essere i più convincenti che ha realizzato. Mi riferisco soprattutto al poco noto (sfortunatamente) Duel, a Lo squalo e a Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma anche a film più commerciali come gli Indiana Jones (almeno qualcuno) ed altri prodotti più recenti (Jurassick Park e Hook – Capitan Uncino ne sono un bell’esempio), ma che è del tutto sconveniente in un contesto impegnato, corposo, consistente e serio.
Basta vedere anche il ben più pasticciato Il colore viola per rendersene conto. Di fatti l’ opera nella sua interezza risulta mielosa, a tratti quasi ridicola e sorprendentemente mal affrontata. Il problema, però, non è soltanto una pura incongruenza tra stile registico e richieste di lavoro, perché vedendo altre pellicole delle ultimi anni, mi rendo che, pur utilizzando in maniera diversa la narrazione, pur impostando la sceneggiatura in altri modi e nonostante l’ utilizzo più dinamico del budget nei confronti delle ricostruzioni storiche delle scenografie, degli ambienti e degli stati d’ animo (più o meno), il risultato non riesce mai ad essere pienamente soddisfacente: Salvate il soldato Ryan è dotato di un realismo visivo semplicemente stupefacente, le scene di guerra sono sbalorditive ed il coinvolgimento emotivo è grande, ma la bellezza (macabra e terribile) delle immagini viene affogata in un mare infinito ed imperdonabile di retorica a pro americani, totalmente irreale e quasi guerrafondaia; altro esempio è quello di Munich, film storico, già poco interessante di suo e che pecca gravemente di un eccessiva dose di noia, del troppo stile accademico e standardizzato che possiedono troppi polpettoni di genere per poter essere considerato di ottimo livello e che sfrutta la componente tesa e spionistica della trama solo nell’ultima mezzora.
Quindi qui non si parla più di un mero bisogno di adattarsi a condizioni diverse del fare lo stesso lavoro, ma di un vero e proprio difettare del regista di quella mentalità che ha consentito a molti grandi come Oliver Stone o come De Palma di fare ciò che hanno fatto, con obbiettività ma con sentimento.
Schindler’ s List è solo uno dei tanti esempi (forse proprio tra i più clamorosi) dell’incompatibilità tra Spielberg e il cinema storico, e ciò può quasi portare a pensare che sia un mero ipocrita, che dice di voler conservare la memoria di un fatto terribile senza però parlarne per quello che è stato realmente. Che sia, in generale, una persona che non ha voglia di dire la verità (o per paura di non piacere più al suo pubblico o semplicemente per mantenere ferma ed indistruttibile la tradizione truffaldina della Hollywood americana), ma che sia così, o che fosse (come penso e spero) un uomo che lavora in buona fede per degli ideali e per coronare il suo sogno di fare cinema.
Non lo sapremo mai… sappiamo invece qualcosa sul film: In Schindler’ s List c’ è tutto, ma contemporaneamente non c’ è niente. C’è il dramma di vite distrutte e di un’ epoca segnata dal sangue e dal caos, ma non ci sono né le immagini a raffigurarlo, né le sensazioni a trasmetterlo. Appare tutto come ordinato, calibrato, perfetto, quando in realtà era lucido, ma inconsistente, senza logica e senza veri ideali a cui appellarsi. C’è la storia e la luce nell’oscurità che ha portato con se, ma è tutto camuffato da un continuo vedo–non vedo che magari andava bene per Alien, ma per qualcosa del genere, ci sta come il cavolo a merenda.
Sparse qua e la, ci sono scene che potevano tranquillamente essere risparmiate, tra le quali la celeberrima sequenza di Goeth che spara agli ebrei del campo di concentramento dall’immensa e minacciosa villa sulla collina, che dura diversi minuti quando poteva essere come minimo dimezzata ed utilizzare il tempo per parlare invece della sua abitudine di vestirsi in modi sempre più eleganti se le sue intenzioni erano quelle di fare delle stragi.
E come non parlare poi di Auschwitz e di tutta l’ immensa quantità di materiale sprecato a girare intorno al punto della situazione: le donne entrano nelle famigerate docce e non vengono gassate, d’accordo, era da storia, ma perché non vengono mostrati altri che vengono fatti fuori? E perché dei forni crematori ci si limita a vedere solo una ciminiera con della gente che entra da una porta? Perché mai con questa povertà di immagini si dovrebbe pensare che qualcuno sia veramente morto in questi famigerati campi?
Quando gli ebrei sono belli in carne, i soldati tedeschi si rivolgono ai prigionieri parlandogli con toni quasi affettuosi, quando ci sono testimonianze di persone sopravvissute che dicono che (cito le parole del libro “Cosa avvenne a Dachau?”) “se ad Auschwitz venivano picchiati soltanto tre o quattro volte al giorno, potevano affermare che era stata una bella giornata”.
Perché poi non viene fatto riferimento ai numeri, alle identità rubate, ai non ebrei dei campi, alle condizioni di vita in cui erano costretti a vivere, alla fame, alla fatica, alla morte e a tutti questi argomenti ? Perché non viene fatto il minimo riferimento agli esperimenti sui bambini gemelli (ebrei e non ebrei) di Mengele, che operava senza anestesia con un sottofondo di urla terribili accompagnato dalle note di Wagner, o al fatto che i nazisti facessero vestiti e centrini da tavola con la pelle dei morti, cuscini per i sottomarini con i capelli, sapone con il loro grasso, e bottoni con le loro ossa? Sono argomenti troppo duri?
Bé, questo è quello che è successo e se non se ne vuole parlare, è meglio rinunciare direttamente a fare il film, perché ciò che appare dalla visione è una festa in maschera, una fiaba dell’orrore a lieto fine per i bambini dell’asilo, un taglio netto di tutto ciò che vada oltre le informazioni del “sentito dire”.
Una delle più grandi carneficine di tutti i tempi, appare qui come un raccontino di Edgar Allan Poe, con i mostri al posto dei nazisti, e la fantasia al posto dei fatti.
I sentimenti che hanno commosso milioni di persone sono basati su di un fascino melodrammatico di una messa in scena nata e morta per dare alla luce tre ore di niente, di giro tondo intorno ad un nocciolo poderoso e stracolmo di immensità, ed escono fuori nei momenti più ruffiani quali il finale e le scene della bambina con il cappottino rosso, quanto di più facile e basso si potesse mettere. Poi che la fotografia sia perfetta nel fulgido e meraviglioso bianco e nero di Kaminski, che il montaggio di Kahn renda la vicenda scorrevole e ritmata (tre ore che volano via in un baleno), che gli attori siano perfettamente in parte (bravo Ben Kingsley anche se il suo personaggio non è all’altezza della sua interpretazione, ottimo Liam Neeson in uno dei suoi ruoli migliori, ambiguo ed indeciso, e magnifico Ralph Finnes, folle e spaventoso quanto il suo personaggio).
Che la colonna sonora di Williams sia commovente e tra le migliori da lui scritte e che tutto sia perfettamente credibile grazie ad una realizzazione ottima dovuta ad un grande budget, non lo metto assolutamente in dubbio, ma è tutto utilizzato per far passare per vero qualcosa di lontanissimo da ciò che è avvenuto, un modo subdolo di sfruttare delle capacità superbe per arruffianarsi pubblico e critica ed un fallimento di ciò che dissero coloro che sono morti durante questo genocidio: documentatevi e documentate.
Parlando di film sulla Shoa, però, è praticamente impossibile trovarne uno che sappia bilanciare la parte di realtà con la parte emotiva senza far scricchiolare il tutto.
Cos’è, quindi, questo lavoro di Spielberg? Un’ altra, grande occasione sprecata…
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