Trainspotting

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Il trainspotting è un hobby che consiste nel registrare il numero di identificazione e la destinazione dei treni al loro passaggio. Difficilmente si troverà un titolo più azzeccato per un film del genere: in questo caso al posto dei treni ci sono dei ragazzi, le cui identità, si celano dietro soprannomi tipo Renton, Sick Boy e Spud, e si perdono dietro una patina di follia portata dall’annacquamento del cervello per mezzo dell’eroina, e la cui destinazione è ignota quanto il loro stesso viaggio.

I protagonisti, in parole povere, rubano, se ne fregano del mondo, si fanno di stupefacenti dalla mattina alla sera, vivono nella loro sporcizia, si recano di tanto in tanto in dei pub per scatenare risse ed in discoteca per rimorchiare qualche prostituta liceale, e non hanno un solo insignificante scopo per vivere.

Se alla fine del film ci si chiedesse perché questi tizi vivono in questo modo, la risposta sarebbe molto semplice: la noia.

Come dice Renton, lui e gli altri non hanno voglia di avere un microonde, un televisore da quaranta pollici, dei progetti per il futuro, dei programmi per diminuire il colesterolo alto, dei risparmi per potersi illudere di potere, un giorno, vivere bene, degli ideali, o altre cose tipiche della gente comune, se vedono qualcosa la rubano, se hanno voglia di crogiolarsi nella loro apatia, lo fanno senza problemi; per fare questo, però, hanno bisogno di un modo per poter operare a modo loro, fuggendo completamente dalla realtà, di modo che, il godimento sia completo: l’eroina.

Quel liquido derivato dallo scioglimento della cocaina, che come dice sempre quel gran saggio di Renton, supera addirittura l’orgasmo più potente che qualcuno abbia mai avuto moltiplicato cento volte.

Durante questo connubio di allucinazioni, si alternano anche riflessioni filosofiche che non fanno altro che spaventare ulteriormente i protagonisti ed incitarli a continuare il loro processo di autodistruzione, fasi di disintossicazione agonizzante e tremendamente reale, nonché ogni tipo di stranezza derivante dal genere Tarantino (da poco nato) con dei leggeri accenni di stile di Arancia Meccanica.

La novità è quella che noi stessi ci troviamo ad identificarci con questi personaggi, li capiamo, li rispettiamo, seguiamo il loro percorso delirante e le loro azioni amorali e ci ridiamo sopra, ma contemporaneamente, il regista ci fa catapultare in una dimensione di profonda sofferenza e di sensazioni sconosciute e terribili che spaventano ed incuriosiscono tutti gli “astemi” da quasi un secolo.

Poi magari sarà un film furbo perché utilizza delle scene volutamente forti per sollevare una polemica ancor più voluta diventando così un fenomeno di culto (quasi) senza troppi meriti, ma ha la decenza e l’intelligenza di non dare allo spettatore alcun tipo di consolazione o attenuante didascalica che possa in qualche modo coprire le reali intenzioni del regista: mostrare un punto di vista scomodo al quale non siamo abituati.

Per tutto il resto, non bisogna aspettarsi un capolavoro, ma solo un buon film di un regista che, nel suo piccolo, ha sempre realizzato film interessanti.

Infine è interessante ripensare all’ultima frase ed interpretarla come un’ultima visione cinica della società:”… tirando avanti, lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai”.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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Trainspotting, 7.8 out of 10 based on 6 ratings
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