C’è stato un periodo, soprattutto negli anni Settanta, in cui il cinema italiano, partoriva delle opere di incommensurabile e bellezza, ed in cui i registi, potevano esprimere loro stessi senza la paura di venir tassati come “amorali” o cose del genere (e comunque, solo Pasolini ed un po’ Bertolucci, hanno osato spingersi oltre il limite concesso dalla censura), questo lasso di tempo stava a cavallo tra quello del post Neorealismo, e quello che andava verso una graduale decadenza negli anni Ottanta (ma soprattutto Novanta e Duemila), ed era contemporaneo alla nascita della New Hollywood americana.
Monicelli, che aveva iniziato a lavorare sul serio all’incirca negli anni Cinquanta, è stato un grande esponente di questo periodo; ha realizzato molti lavori, alcuni molto buoni ed altri meno buoni, e poi c’è stato Un Borghese piccolo piccolo, tratto da un racconto dell’allora giovane Vincenzo Cerami e che, per protagonista ha un Alberto Sordi che prova di nuovo a cambiare genere.
Un uomo come tanti, sconosciuto, stanco, istituzionalizzato e cattolico, si sta avviando verso la pensione, il suo lavoro non è niente di speciale, ma gli ha dato da mangiare per tutta la vita, sua moglie è vecchia e cicciona, ma lui la ama ancora, e suo figlio, è l’ unico suo vero obbiettivo, l’ unica sua speranza che una parte di se possa sopravvivere, tutto il suo mondo e il suo modo di vivere si basano sul dargli un futuro; per lui fa il ruffiano con i capi, sta a testa bassa di fronte a tutti, ingoia rospi amari e si fa massone (chiedendo poi scusa al suo Dio); e poi, proprio quando sembra avercela fatta, così, per caso, un ragazzo che stava rapinando una banca (magari per qualche sua ideologia rivoluzionaria, magari per poter avere un futuro, magari per trovare i soldi per superare la giornata), spara dei colpi di mitra e colpisce accidentalmente suo figlio, che cade a terra morto.
Le conseguenze? La moglie impazzisce e cade in uno stato catatonico permanente, e lui, smarrito e confuso di fronte alla sua vita che prima gli da un po’ di luce e poi lo fa cadere nell’oscurità, diventa un giustiziere. Non fidandosi della legge del suo paese, cerca l’ assassino di suo figlio, lo tortura e lo uccide, non gli importano le sue ragioni o le sue verità, non gli interessa la vendetta, gli interessa solo estirpare le cause del suo male; dopo ciò, va in pensione e come se non bastasse, la moglie muore.
Alla fine del film, dopo due estenuanti ore di angoscia e di cinismo inarrivabili, l’uomo scrupoloso, etico, gentile, felice e modesto, che si era visto nella prima parte, è stato sostituito da un vecchio distrutto, svuotato, senza ideali e solo; qualcuno potrebbe dire “Bè, si è vendicato, quindi ora non sarà felice, ma sarà soddisfatto”, ed è qui si sbaglierebbe, perché la scena finale, in cui si mette a seguire quel tipaccio che lo aveva offeso, è la prova che quello che cerca è solo una ragione per andare avanti, alla fine della sua vita di oppressioni, colpita da catastrofi personali passate sottobanco nel tran tran del mondo, la sola cosa che potrà dissipare momentaneamente la sua rabbia, sarà l’omicidio dei “cittadini pericolosi”, ma ciò, ben presto, diverrà una droga.
Uno dei film più belli di tutti i tempi, la migliore interpretazione di Sordi ed una magistrale prova registica per Monicelli, il cui ritratto di una stato umano triste e desolato, somiglia molto a quello violento e folle del suo tempo, e del bel paese in cui vive.
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