Wolfman

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Benicio Del Toro (già inquietante di suo, senza il bisogno di mettersi il trucco) era un grande fan del vecchio classico dell’horror che fu L’uomo lupo, per questo, dice, ha accettato la parte di Lawrence, e Anthony Hopkins, forse, voleva ritrovare  quella sua vena psicopatica che lo aveva reso celebre (vedi Il Silenzio degli Innocenti), mentre Joe Johnston ritenta le sue antiche formule magiche forgiate sugli effetti speciali.

Il risultato di questo mix non proprio formidabile, è un film d’azione, che si basa tutto sul fascino visivo del licantropo che salta di palazzo in palazzo, che distrugge il campo degli zingari, che insegue i malcapitati nel buio della foresta, che fa a pezzi le sue vittime e che si aggira per i vicoli bui della Londra di fine Ottocento.

I lupi mannari vengono costruiti in parte al computer ed in parte con il trucco (per farlo è stato chiamato lo stesso truccatore di Thriller di Michael Jackson), un po’ per elogiare il predecessore ed un po’ per non far sprecare al regista la sua abilità nel giostrare le illusioni che la nuova tecnica hollywoodiana ha messo a disposizioni, il problema è che, sarà che negli ultimi tempi ci siamo abituati a vederci cose di serie A +++ (i Na’vi di Avatar sembrano a tutti gli effetti persone vere), ma i lupi leggendari, dopo un po’, cominciano a sembrare a dir poco da videogioco, il loro pelo è lucido e finto, i loro lineamenti non sono ben definiti, i combattimenti vengono camuffati con grandi esplosioni, fuoco e fumo, e la trasformazione è velata da quell’atmosfera di fasullità che ne impedisce la suggestione.

Viene poi messa molta carne al fuoco per quello che riguarda la sceneggiatura (la storia del padre e del fratello, l’infanzia tormentata del protagonista, cenni sulla storia inglese dell’epoca, con tanto di rievocazione a Jack lo Squartatore, e così via), ma non viene approfondito neanche un argomento, preferendo invece mostrare la tecnica e le fracassonerie, colpa della regia (ovviamente), perché Johnston, sta in quella generazione di registi a cavallo tra lo stile di blockbuster intelligente e sognante alla Spielberg, e quello patinato ed affogato dagli effetti speciali di Michael Bay (non scordandosi di Roland Emmerich), ma non è tra quelli in grado di saper orchestrare al meglio il materiale che gli viene concesso.

Non manca nemmeno quella violenza, che accenna leggermente allo splatter, che piacerà sicuramente agli amanti del genere (arti staccati, teste strappate, organi che volano via, cadaveri mutilati, laghi di sangue e chi più ne ha più ne metta).

Non bisogna fraintendere però: è da considerarsi encomiabile l’aver ripescato un classico per ridargli una nuova vita e tentare di renderlo tridimensionale e non più puramente sanguinoso, ma il risultato, purtroppo, è ad anni luce dal Dracula di Bram Stoker di Coppola (che in ogni caso presentava dei difetti), è invece un film poco convincente, freddo, anonimo nel novanta per cento delle componenti, un po’ teso, ma basato tutto sul salto dalla poltrona momentaneo e non duraturo.

Poteva essere davvero un bel film (i lupi mannari sono creature fantastiche davvero affascinanti e nemmeno troppo sfruttate), ma invece si mantiene per tutto il tempo su di un livello di sufficienza che non può soddisfare appieno.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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