Irritante. Un miscuglio di posizioni sociali, dove, alla fine, non se ne porta in fondo mezza.
Elena (Ambra Angiolini) sposata e con una figlia, lavora in un’organizzazione che si occupa dell’Africa e cerca di fronteggiare episodi di razzismo. Suo marito Carlo (Fabio Volo), che si occupa di elettronica, è completamente disinteressato al mondo della moglie. Costretto a partecipare ad una conferenza per la presentazione di una campagna di sensibilizzazione sui problemi del continente africano, conosce Nadine (Aissa Maiga), la bella moglie senegalese del collega africano di Elena. Nascerà quindi tra i due una particolare complicità, che si rivelerà più di una semplice amicizia.
Cosa mi potevo aspettare da un film riconosciuto d’interesse (quindi, immagino finanziato) dal Ministero per i beni e le attività culturali? Non riesco proprio a vedere gli sceneggiatori liberi di scrivere quello che vogliono, perchè quando si entra in queste situazioni, la maggior parte delle volte, si deve fare quello che ha deciso la politica. E quindi? Quindi niente.
I bianchi fanno i finti moralisti e si preoccupano del tradimento in se’ per se’ e, se si scandalizzano per la storia della nera, è perchè sono solo una rara famiglia di borghesi benpensanti. I neri, invece, sono scandalizzati dall’adulterio compiuto con un bianco e si divertono ad auto-ghettizzarsi. Sfortunatamente, la realtà propone una verità all’opposto.
Per non parlare del cast. Con tutto il rispetto del mondo, mi sembra che abbiano noleggiato un quartiere ad alta densità africana e abbiano messo davanti alla telecamera chi c’è, c’è. Inoltre, dico solo che la prestazione cinematografica più piacevole è quella offerta Catia Ricciarelli. Ambra Angiolini è un pezzo di legno espressivo quanto un comodino e Fabio Volo, per quanto mi stia simpatico, è davvero sempre tutto uguale (“Casomai”, “Manuale d’amore 2″) e se dapprima poteva essere una sorpresa, ora mi sembra ripetitivo e stancante.
In sintesi il non voler essere razzisti, fa parlare di razzismo e quindi diventa discriminatorio. Non dico che questo sia un tema facile da trattare, ma Cristina Comencini si è impelagata in una sceneggiatura da trattare con i guanti, mal girata senza sfruttare il suo lato femminile, che forse le sarebbe stato di aiuto. Proponendoci, infatti, una realtà da un lato sin troppo buonista e dall’altra farfallona e fintamente drammatica. Insomma, basterebbe decidersi su quello che si vuole fare.
Se avessi origini africane mi indignerei nel vedere gli africani che fanno gli italiani, e gli italiani che fanno finta di essere africani. Ognuno è quel che è, e in fondo, chi se ne frega. Personalmente ritengo che siamo tutte persone e che in caso venga turbata la serenità di un nero che viene insultato per il colore della pelle, allora, e solo allora, saremo in grado di difenderlo, e non prima, nella “presunzione” che qualcuno potrebbe insultarlo, perchè diventiamo noi i primi razzisti. Forse era questo il messaggio, ma io non l’ho capito.
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