C’eravamo tanto amati

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Quella di Scola è un’operazione piuttosto atipica per il cinema di quegli anni sia per un fatto di stile che per i toni con cui viene narrata (un tipo di stile che è stato ritirato fuori negli ultimi tempi, anche se con risultati estremamente scarsi): l’ironia è la stessa tragedia.

Invece di piangere disperati, i protagonisti, ridono sopra alle loro disgrazie, sui problemi politici, sentimentali e stupidi che hanno portato la fine della loro amicizia, sulla loro sfortuna e sulla loro fortuna (Gassman avrebbe preferito morire durante la guerra circondato dai suoi amici che dicono afflitti “Era il migliore di tutti noi”, piuttosto vivere che nel lusso e nella solitudine) e sulle mille catastrofi che li circondano sia attivamente che passivamente.

Il “quadrato amoroso” che si instaura tra i quattro è portatore di infelicità perenne, perché se è possibile innamorarsi a prima vista, è anche possibile cambiare idea in due secondi, e coltivarsi altre passioni. Nicola, per i suoi ideali perde il lavoro, per la sua voglia di essere ascoltato perde la famiglia e per i suoi errori, tra una notte con Luciana che non ci doveva essere, depressioni autoriali e malinconie dei tempi andati, perde gli amici; Gianni per colpa di una storia con la ragazza del suo migliore amico,perde quest’ultimo, poi perde l’amore, l’onestà e, pur vergognandosene, la povertà, sposa una donna che non ama (a cui confessa l’apatia nei suoi confronti da morta), collabora con un avido uomo d’affari (che campa fino a non si sa quanto) ed infine, rimane solo, con la sua piscina da miliardario e i suoi sogni di morte eroica; Antonio, prima cerca Luciana ma non la trova, poi la ritrova ma è troppo tardi, qualcosa è cambiato e non potrà più tornare come prima ed infine, senza cercarla, la incontra per caso e come se non fosse passato neanche un giorno, mettono su famiglia.

Che dire, una vera e propria tragedia, e invece Scola tratta la storia con leggerezza, con un cinismo velato e filtrato che incide ma non ferisce a fondo, che fa apparire le atmosfere malinconiche, ma anche allegre.

Forse questa non è proprio una buona cosa, ma il film funziona sia per il contenuto che per l’originalità dell’esposizione, poi, se dovessi dire che la visione mi ha particolarmente entusiasmato, mentirei, e preferirei non utilizzare la parola capolavoro per qualcosa del genere (come molti altri hanno fatto), ma C’eravamo tanto amati è uno di quei film che si sono rivelati e che continuano a rivelarsi necessari, sia per come mostra le condizioni umane di una nazione che sta subendo cambiamenti radicali, sia per il modo leggero con cui mette in scena una storia fondamentalmente triste.

Bravissimi sia Gassman che Manfredi (anche se francamente non è che mi stiano tanto simpatici), un po’ meno invece Flores, ma gli si può perdonare per una mancanza di basi drammatiche (la sua è una recitazione troppo sopra le righe), molto convincente, come al solito, Aldo Fabrizi, mentre la Sandrelli ha la solita faccia mono espressiva, il suo solito tono di voce antipatico e il suo solito modo di risultare di troppo.

Un buon prodotto, lontano da retoriche e didascalismi vari.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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