Uno dei più bei thriller e gialli degli ultimi venti anni, se non il migliore in assoluto. Idea anacronistica, esposizione geniale.
In seguito ad una misteriosa esplosione di una nave sospettata di trasportare droga nel porto di Los Angeles, il piccolo truffatore claudicante ed invalido Roger “Verbal” Kint (Kevin Spacey), implicato nella vicenda, ma già prosciolto dal procuratore e reso immune, viene costretto a subire un ultimo interrogatorio dall’agente di polizia doganale David Kujan. Il delinquente inizia così a raccontare come lui ed altri quattro malviventi si siano casualmente incontrati per costituire una piccola banda, e di come, dopo un paio di colpi di successo, siano stati contattati, per un lavoro su commissione, dall’avvocato Kobayashi, unico contatto e tramite del leggendario e misterioso criminale Keyser Söze.
Cast abbastanza ampio con attori di esperienza come Gabriel Byrne e Stephen Baldwin ed altri all’epoca semi-sconosciuti come Benicio del Toro o Kevin Spacey, qui, e come sempre favoloso, la cui performance , gli valse la vincita del suo primo Oscar come miglior attore non protagonista.
Il regista Bryan Singer, all’epoca, appena 30 enne e alla sua prima esperienza importante, si muove agilmente e con colpi geniali riesce a mantenere chiaro l’ordine delle idee sebbene gli eventi siano narrati ad intreccio. Ottima la storia (Oscar anche per la sceneggiatura) che ha reso questo film un vero e proprio cult.
Un capostipite di genere che come per tutti i gialli, mi auguro abbiate avuto la fortuna di non averne mai sentito rivelato il finale.
Per tutti gli amanti del giallo vecchio stile: con poco sangue e tanto parlato, il cui narratore conduce lo spettatore ad un colpo di scena dietro l’altro.
Consiglio extra: lo considero uno di quei film che appagano completamente dopo una sua seconda visione, dove, dopo lo stupore ed un po’ di confusione della prima volta, ne possiamo apprezzare meglio tutti i tasselli della trama che si incastrano perfettamente in un mosaico dedicato alla tensione generale.
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