Il fiore delle Mille e una notte

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Ultimo capitolo della Trilogia della vita, e questa volta, si cambia la cultura di provenienza: non più europea, ma orientale. E la differenza è notevole, sia per il tipo di ambientazioni che per l’impostazione delle stesse storie, che si snodano in un modo completamente diverso dagli altri: non ci sono più libri o poemi da intellettuali in cui poter scavare trovando tante possibili interpretazioni, o dove sia possibile leggere le vicende con chiavi di lettura diverse, variabili dal cinico al pornografico o addirittura all’anarchico, e non è possibile semplicemente perché Le Mille e una notte non è nata come una raccolta di novelle a sfondo politico, sociale o religioso, ma come un semplice insieme di favole e di fiabe tramandate di generazione in generazione per secoli, contenenti la cultura e la bellezza di un popolo e di una cultura viva da millenni.

Per Pasolini trovarsi ha dover tradurre in linguaggio cinematografico qualcosa di così poco omogeneo e di così lontano dall’impostazione delle opere a cui è abituato un letterato europeo ed ancor più, italiano, ha rappresentato un po’ un’ennesima sfida, ma allo stesso tempo, ciò su cui andava ad operare, non essendo una raccolta nata con intenti retorici, didascalici o moralistici, e tanto meno di critica contro qualcosa, si tratta proprio del soggetto più innocente e “pulito” da cui partire per parlare della bellezza di vivere, lontano da quella punta di cinismo che stonava Chaucer e dalla costrizione di una realtà sociale troppo chiusa che tarpava un po’ le ali al Boccaccio.

Il film di Pasolini resta ad oggi uno dei più riusciti per quanto riguarda il tema del piacere di esistere senza domande, senza paure, senza attaccamenti a niente di troppo decadente, disilluso quanto basta per essere maturo, ma elementare e gioioso nei temi e nella messa in scena, senza tracce di infelicità nonostante che molti episodi vi si avvicinino per il loro contenuto, con storie piccole o grandi che non hanno un vero filo conduttore ma che si intrecciano per i temi e si alternano per le ambientazioni e i gradi sociali di cui parla (si varia dal mare aperto al deserto infuocato, e da storie di re a racconti di poveri abitanti di piccole città).

Come per gli altri due, non è da ricordare come uno dei migliori di Pasolini, e questo per un semplice fatto di contenuti, che risultano essere ben più vivi e reali quando si parla di fatti crudeli o terribili e quando si affrontano storie di morte e di disperazione, ma nonostante ciò, il regista ci dimostra di saper orchestrare entrambi i punti di vista come solo un vero maestro saprebbe fare.

Il fiore delle Mille e una notte è il più fantasy, il più affascinante, il più suggestivo, il più allegro e, semplicemente, il più bello e completo della trilogia, è dotato di scenografie, effetti visivi ed acconciature meravigliosi, ha una colonna sonora ben studiata, un umorismo arguto e divertente e dei personaggi che rimangono simpatici a prescindere (e poi, sentir parlare in dialetto meridionale degli attori che dovrebbero fare gli arabi, diverte per forza).

Un altro grande gioiello di un grande regista.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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