Le Conseguenze dell’Amore

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Una cosa sola è certa. Io lo so. Ogni tanto, in cima a un palo della luce, in mezzo a una distesa di neve contro un vento gelido e tagliente, Dino Giuffrè si ferma, la malinconia lo aggredisce, e allora si mette a pensare, e pensa che io, Titta DiGirolamo, sono il suo migliore amico”.Questa è la frase conclusiva, che accompagna le immagini di un uomo con un vestito da operaio e la barba folta che ripara un palo della luce circondato dai monti innevati del Trentino, quello è Dino Giuffrè, il miglior amico di Titta, nonostante non si vedano e non si sentano da più di vent’anni, e lo è perché gli amici veri, restano tali per sempre.

Titta era un commercialista, ma non uno qualunque, era qualcuno nella borsa, ha addirittura negoziato l’acquisto di una petroliera (“mica è facile negoziare l’acquisto di una petroliera” sottolinea lui stesso mentre fa un quadro della sua vita a Sofia), ed ha investito anche per Cosa nostra, perdendo, in due ore, duecentoventi miliardi dei duecentocinquanta che aveva investito; i malavitosi, però, capirono che non se li era messi in tasca lui, lo graziarono e lo chiusero nell’albergo svizzero in cui si svolge tutto il film.

Da questo evento sono passati dieci anni, nel frattempo Titta ha dovuto lasciare sua moglie e i suoi figli (a cui telefona molto spesso ma che non vogliono parlare con lui), e alle dieci in punto di mattina, di ogni mercoledì, di ogni settimana, di ogni mese e di ogni anno, da ventiquattro anni, fa uso di eroina, senza eccezione, preoccupandosi di tanto in tanto di fare una pulizia del sangue, una pratica medica costosissima che lo ripulisce dalle schifezze contenute nel liquido stupefacente.

Oltre a questo Titta ha una pistola nascosta nel televisore, che però non ha mai usato, una o due volte alla settimana trasporta, con la sua macchina da centomila dollari, una valigia contenente milioni di dollari da smistare in delle banche ed ama terribilmente la ragazza che lavora al bar dell’albergo, Sofia.

Tutto questo viene riassunto brevemente da un discorso semplice ed incisivo che il protagonista fa con la prima citata, ma tutto è già chiaro, o si chiarisce in fretta, man mano che si va avanti nella visione, con la telefonata fredda e distaccata alla sua famiglia, l’incontro del fratello egoista che gli comunica il trasferimento del suo migliore amico (appunto Dino Giuffrè) in Trentino dove è isolato da tutti e si occupa di riparare i pali elettrici, il suo kit da semi tossicomane portatile, i suoi viaggi con i valigioni neri verso le banche (dove vuole, per fiducia nei confronti degli esseri umani, che i soldi vengano contati dagli impiegati e non dalle macchinette conta soldi) che rappresentano le pochissime volte in cui mette piede fuori dalle mura dell’albergo, e tanti altri dettagli magnificamente rappresentati da una regia straordinaria e dalla voce narrante che rappresenta appieno il punto di vista del protagonista.

L’equilibrio infernale e monotono della sua vita distrutta viene mandato in pezzi da un piccolo inizio di rapporto con Sofia, ed è proprio questo il significato del titolo, e di quanto Titta si appunta (“Mai sottovalutare le conseguenze dell’amore”): il forte sentimento che c’è tra i due, o comunque l’attrazione reciproca, ne causa lo sconvolgimento emotivo, e a dimostrarlo c’è il fatto che Titta per la prima volta in vita sua confessa a qualcuno quanto gli è successo, uscendo così dal suo stato di omertà, di apatia forzata e di auto commiserazione.

Questo fa si che qualcosa cambi, e che DiGirolamo per la prima volta da una vita intera la smetta di essere lo spettatore derisorio e impassibile di un massacro orale, ma ne diventi un partecipante, sconosciuto a tutti ma completamente lucido e consapevole.

Quello di Paolo Sorrentino è un noir che non ha un intreccio narrativo basato sul colpo di scena della sceneggiatura, ma su quello emotivo, passando da un distacco ed una crudeltà disarmanti ad un epilogo malinconico ed emozionante per quanto sempre rigoroso, è un film che sfonda gli schemi classici del cinema italiano medio fondendo la consapevolezza e la lucidità delle opere del genere anni ’90 con il contenuto degli antichi maestri della nostra penisola di tempi ormai lontani anni luce, è un’allegoria che nasconde un significato ben più grande di quanto ci si possa immaginare, e troppo gigantesco per poterlo assimilare tutto con una sola visione, è un’opera d’arte bella e buona, in cui “l’eroe” vince perdendo, ma non per la mano crudele e cinica del destino, né per quella indefinibile e spaventosa del caso, ben si per quella del semplice riscatto.

Toni Servillo fa venire i brividi per la sua bravura, la colonna sonora è straordinaria e la fotografia è potente e suggestiva.

In generale, è uno degli ultimi, veri capolavori del nostro cinema morente.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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