“L’inferno è l’impossibilità della ragione” dice Chris citando qualcuno che non conosce mentre scrive a una sua nonna tutto quello che vede, fa e sente in Vietnam; e di fatto è così che ci si sente in guerra: all’inizio si è spaventati e non si ha idea di quello che ci sta per succedere, ma subito dopo si comincia ad avvertire (o meglio a non avvertire) l’apatia e l’abitudine che si avvicinano inesorabili, contribuendo a far assumere a tutto dei toni distaccati, e paradossalmente, è casa propria che si trasforma in un luogo ostile, mentre il Vietnam diventa l’aria che si respira per vivere, il luogo dove ci si sente vivi, quello in cui si sfugge da un mondo che che manda a morire i propri figli in nome del profitto e del denaro, in altre parole, l’unico luogo sulla Terra che ancora può essere considerato una casa, vista come un luogo di ritorno.
Quando si arriva a questo punto, in cui nulla sembra più reale e contemporaneamente non è mai stato tanto lucido e chiaro, e uccidere diventa facile come respirare (citando Rambo), allora possiamo dire di essere all’inferno, e non quello incendiato e satanico di Dante, ma quello umido, oscuro e violento che solo l’uomo è in grado di creare.
Per capire il vero significato che il Vietnam può assumere come tragedia, e per capirne il reale valore umano e morale da un punto di vista cinematografico, bastano tre film, ovvero Il Cacciatore di Michael Cimino, Apocalypse Now di Francis Ford Coppola e Platoon, ma al contrario degli altri due (nonostante gli sia inferiore), questo di Stone ha qualcosa in più che fino ad allora era totalmente sconosciuto: il vero punto di vista di un vero soldato.
Proprio così, come ormai è noto, Oliver Stone (ad oggi forse il più grande regista americano di tutti i tempi), ha vissuto veramente l’esperienza della sporca guerra, e questo fa si che il protagonista, Chris, assuma dei toni realistici che sfiorano quasi l’epica biblica: la guerra privata tra Burns (colui che rappresenta il veterano distrutto e guerrafondaio, erede diretto di tutti i grandi maestri di guerra) ed Elias (la parte magnanima e consapevole dell’esercito, un giusto tra i bifolchi che lotta per difendere un minimo di umanità tra i soldati) fa da specchio per identificare l’identità del soldato medio, confuso ed accecato dalla propaganda bellica degli americani, ed inseguito schiacciato dalla consapevolezza di essere stato ingannato, di combattere per qualcuno a cui non interessano le tue sorti e nemmeno quelle dei tuoi compagni (nell’epilogo Chris afferma infatti di sentirsi un po’ come il figlio di quei due padri).
Per la prima volta viene utilizzato uno stile di cinema storico che sta lontano sia dalla denuncia e della retorica, che dal patriottismo e dalle morali a pro degli americani, ed avviene con un film che lascia spiazzati per la scioltezza con cui è narrato e per la totale leggerezza delle immagini e dell’impatto visivo a cui si assiste, senza violenza eccessiva e senza ingenuità o mancati realismi; questo tipo di cinema è tutto di Oliver Stone, e resta il più obbiettivo, emozionante e completo tra quelli presenti attualmente tra i grandi nomi dei registi di Hollywood.
Aiutano alla riuscita del progetto anche la colonna sonora magnifica e gli attori bravissimi, specialmente Tom Berenger e Willem Dafoe.
Comunque, nonostante Stone abbia realizzato tanti capolavori nel corso della sua splendida carriera, non ha mai più raggiunto la potenza narrativa che trovò in questo capolavoro del cinema di guerra.
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