Uno spaccato d’India, ecco tutto. La disonestà e la faciloneria della trama è controbilanciata proprio dall’esatto opposto per quello che riguarda le generalità dell’India degli ultimi vent’anni. Boyle mette la firma su di una cartolina confezionata ed impacchettata con stereotipi stantii, e con un’esotismo che sa tanto di guida turistica (come fa lo stesso Jamal con i turisti americani ignoranti) per il popolo medio dei consumatori di McDonald, ma che allo stesso tempo cela una bellezza che non si riduce alla semplice eleganza formale dell’immagine (cosa ben presente), va oltre aprendo un varco nella cattiva coscienza di una nazione che si accinge a diventare (come dice Salim) l’ombelico del mondo moderno, e scrutandone i caratteri selvaggi ed eccessivi: si passa in un batter d’occhio dalla vita da signori ricoperti d’oro, con lussureggianti palazzi e tutte le comodità disponibili, a cani randagi che applicano la legge della giungla per poter restare vivi, rincorrendo fortune sempre in funga e sopravvivono distruggendo gli altri.
In altre parole è tutto un gioco in stile uccidi o sarai ucciso, in cui nessuno viene risparmiato e dove nessuno si può permettere di fermarsi a riflettere nemmeno per un secondo. Esattamente il campo di battaglia che piace a Boyle, quello in cui riesce a sguazzare nel suo stile senza dover chiedere consensi a nessuno.
Ma è anche riduttivo chiamare The Millionaire un film sull’India, si tratta infatti di un vero e proprio affresco del mondo di oggi, un riassunto imparziale sulle disparità tra classi e tenori di vita, sullo sfruttamento che i più forti applicano a discapito degli ingenui o dei nullatenenti, mostra l’inarrestabile sviluppo della globalizzazione all’interno del paese come in qualsiasi altra parte del mondo civilizzato (ormai viviamo in anni esclusivamente “americani”, ed anche i più nazionalisti non riescono a fare a meno di un buon Big Mac), e l’ascesa del terziario che ha pian piano la meglio sui vecchi settori.
Il risultato è un film ansioso, adrenalinico, e tremendamente vitale, che, contrariamente a quello che molti hanno detto, non è riducibile ad una mera operazione commerciale, si potrebbe quasi intravedervi (molto vagamente, sia ben chiaro) una rilettura in chiave moderna dei classici di Capra: il personaggio è onesto ed applica (quando ne ha l’occasione) il bene, tutto il mondo gli da contro fino all’ultimo ed un’infinità di sventure capitano ad impedirgli di vivere tranquillamente, ma poi, alla fine, tutto si risolve per il meglio.
Poi che a Boyle interessino semplicemente i soldi ed il successo, è un altro discorso, e lo è anche la vergognosa quantità di Oscar che si è portato a casa arruffianandosi giurie e pubblico (otto, dico otto, statuette…), perché la visione basta a scacciare qualsiasi amarezza.
Da notare anche l’assenza di futili redenzioni spirituali, qui non c’è un Dio a cui appellarsi, anzi, sono proprio le religioni a causare la morte della madre del protagonista, e se proprio uno volesse redimersi non gli resta che dare in dietro quello che ha sottratto (come Salim).
Insomma, The Millionaire, è un film di cui molto probabilmente non ci si ricorderà, ma che si contraddistingue sia per potenza narrativa che per il modo “pulito” e genuino di suscitare emozioni, al di là di una storia che non sta in piedi (guarda caso tutte le risposte del gioco coincidono con un tassello fondamentale della vita del protagonista, e poi, diciamocelo, anche se I tre moschettieri non è un romanzo molto conosciuto in Asia, trovo molto difficile pensare che in quiz dove partecipano i migliori cervelli d’India, la domanda finale sia “Qual’è il terzo moschettiere dopo Athos e Porthos?”), e di ogni assenza di realismo; molto bella la colonna sonora e davvero ben fatto il finale.
Un piccolo gioiello.
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