Dopo essere vagata per lo spazio in stato di ibernazione per cinquantasette anni, Ellen Ripley (Sigourney Weaver) viene tratta in salvo da una squadra di soccorso e ricondotta sulla Terra. Qui riceve l’incarico dalla vecchia compagnia per cui lavorava (quella che possedeva la Nostromo) di far ritorno sul pianeta LV429 per capire perché gli abitanti hanno interrotto i contatti con la base. Scopriranno che sono rimasti vittime di una colonia di alieni dello stesso tipo di quello che aveva ucciso i membri dell’equipaggio di Ripley.
Come si dice in questi casi? L’eccezione che conferma la regola, Cameron riprende in mano il cult movie che Ridley Scott aveva dato alla luce sette anni prima, lo demolisce e ne tira fuori gli elementi vincenti, uccide tutte le conoscenze umane di Ripley con il trucchetto dell’ibernazione (nella versione estesa viene rivelato un particolare non da poco, e cioè che la protagonista aveva una figlia, morta mentre lei era dispersa nello spazio), la proietta in un futuro ancora più lontano, e poi la fa ritornare sul luogo in cui è cominciato tutto, su quel pianeta oscuro e tetro dove tira un vento terribile.
Ma badare bene che Ripley non lo fa né per i soldi né per aiutare la compagnia, ma semplicemente per affrontare i suoi demoni, per non risvegliarsi più urlando, zuppa di sudore e con la mente pervasa da incubi su mostri nascosti nel buio ed urla che si disperdono nel gelido e silenzioso abisso dello spazio.
Il risultato è un sequel quasi a se stante, totalmente superiore al capostipite, che invece di basarsi su semplice paura stilistica, viene costituito da spari, da mostri elaborati (come l’alien regina), da effetti visivi magnifici, da personaggi carismatici, e da un’azione che preannuncia già (ancor più di quel precedente capolavoro che fu Terminator) quale sarà la grandezza del cinema di James Cameron.
Questo, a rifletterci, è un puro esercizio di stile, ma è anche uno dei capostipiti di Avatar, e di molte idee della fantascienza moderna: le armi, i mezzi di trasporto e le uniformi dei marines sono state citate in lungo e in largo, da Starship Trooper di Verhoeven a tutti i capitoli della saga del videogioco Halo, fino a quello dei soldati umani dell’universo immaginifico e straordinario del prima citato Avatar (che paradossalmente è stato accusato di plagiare Halo, quando si dice l’ignoranza…).
Qualcuno dice che questo è un puro e semplice film d’azione e che fa più paura il primo, bé a distanza di più di trent’anni dal primo e di quasi altrettanti per il secondo, posso dire solo che stanno invecchiando entrambi come il vino (mi si scusi la citazione da Pulp Fiction): quello di Scott si sta lentamente trasformando in aceto, mentre quello di Cameron continua ad essere uno spettacolo per gli occhi magnifico, anzi, con l’età sta acquistando sempre più valore e sta diventando sempre più chiaro quale posto gli spetti.
E poi, il primo Alien era un film piuttosto noiosetto, che poteva far paura, ma che oggi non fa più né caldo né freddo, e che possedeva degli effetti visivi ampiamente superati anche in precedenza, ma Aliens, possiede un senso dell’azione e dell’estetica di quest’ultima che solo i grandi maestri del genere sono in grado di imprimere nelle immagini, un montaggio serrato, un’ambientazione lugubre, fredda e metallica, un’attrice protagonista, Sigourney Weaver, che non si lascia più contenere da un regista sopravvalutato come in precedenza, ma che si scatena in un ruolo assolutamente magnifico, e soprattutto, una tensione ed un’angoscia palpabili ed attanaglianti, che rimangono nel cuore e nella mente dello spettatore per tutta la durata della visione ed anche dopo.
Aliens – Scontro finale rappresenta un vero superamento di Alien ed uno stile di blockbuster assolutamente magnifico, è un capolavoro del cinema di fantascienza, senza tralasciare la parte d’azione, ed è tra i film più belli ed avvincenti di Cameron.
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