“Il motivo per cui si fa un guerra, è l’unica cosa importante”
Iraq. Aprile 2003. Il regime di Saddam Hussein è appena stato rovesciato e da poche settimane è iniziata l’ennesima guerra americana “portatrice di democrazia”. Le forze armate statunitensi sono impegnate a pieno regime nel cercare armi di distruzione di massa, che teoricamente vengono cercate per debellare una possibile minaccia, ma che in pratica vengono cercate per far intervenire l’ONU, facendo così il gioco di Washington e dell’amministrazione Bush. L’ufficiale Roy Miller (Matt Damon) è al capo di una squadra che ha proprio il compito di trovare le armi. Come la storia ci ha insegnato, questi fantomatici armamenti, non sono mai stati trovati.
Dov’è che finisce la storia ed inizia il racconto? La sottile parete che divide la realtà da supposizioni narrative è molto labile in questo caso. Ci viene sottoposta una teoria probabilmente non molto lontana da come sono andate davvero le cose: annunciare, mentendo, il ritrovamento di armi di distruzione di massa, oltre a coinvolgere l’ONU, sarebbe stato un valido motivo per avere l’appoggio dell’opinione pubblica, che al giorno d’oggi, sembra essere l’unica cosa importante, scavalcando anche il più logico buon senso.
L’intrigo è alla base della politica americana, da sempre. Basti pensare che ancora si discute di un probabile complotto nell’omicio di Abramo Lincoln avvenuto nel lontano 1865. Questa, però è la nostra storia recente, certi fatti li dovremmo ricordare e ci dovrebbe anche stare a cuore accertarci che le cose siano andate davvero come ci sono state raccontate.
Matt Damon porta a casa un bel lavoro di storia ipotizzata, nel quale, mi sento di sottolinearlo, dimostra di essere anche un po’ più bravo del solito. Mi ha colpito molto il fatto che, per una buona parte del film, reciti con gli occhiali da sole. Ecco, questo non è da tutti: il movimento oculare aiuta molto quando si tratta di interpretare, e anche con gli occhi coperti Matt Damon riesce a comunicare perfettamente.
Il regista Paul Greengrass fa la sua parte. Discreto ritmo, giusti effetti speciali (senza abusarne) e una buona direzione degli attori. Fotografia più che pertinente, girato tra Spagna e Marocco. A mio modesto parere, uniche note tecnicamente stonate sono state un perdonabile eccesso in scene dei guerra un po’ troppo lunghe e l’abbondante uso di telecamera a spalla, preferita in questo caso ad una steady, che, benchè funzionale al ritmo frenetico dell’azione, quando la scena diventa troppo lunga, può causare un discreto senso di nausea e fatica nel seguire con lo sguardo.
Un’astuta accusa alla politica americana dell’epoca, in un film che sarebbe stato difficile fare prima di Obama.
Perfetto connubio per gli amanti dell’intrigo e dei film bellici, sfociando quasi necessarimente nella politica e, benchè non mi senta di considerarlo il classico film “di denuncia”, penso che offra degli spunti, su cui ognuno di noi dovrebbe riflettere.
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