Hana-bi – Fiori di fuoco

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Nishi (Takeshi Kitano), è un investigatore dai modi bruschi e distaccati, che dietro alla sua aria da duro, nasconde molto dolore: la moglie Miyuki (Kaioko Kishimoto) è affetta da leucemia e non ha speranza di guarire, non ha mai superato lo shock di aver visto morire due dei suoi migliori amici durante un’operazione di polizia ed è in debito con gli strozzini della yakuza. Dopo che il suo amico Horibe (Ren Osugi) finisce su una sedia a rotelle in seguito ad una sparatoria e dopo che il medico di sua moglie gli consiglia di riportare quest’ultima a casa, parte con lei per un viaggio.

Lo sguardo del Kitano attore non lascia trapelare nemmeno un’emozione, è un muro di cemento armato rinforzato da sbarre d’acciaio, fa il suo mestiere come se stesse facendo una passeggiata al Sole, uccide persone come se stesse spezzando dei ramoscelli, fa a pezzetti i sicari della malavita come se stesse facendo una ramanzina a dei bambini delle elementari, uccide o mutila chiunque gli dica una parola di troppo, non si lascia mai sfuggire più di tre o quattro parole per frase e non alza mai la voce.

Eppure dietro a quegli occhi di ghiaccio ed oltre ai suoi modi da carnefice senza scrupoli, si celano disperazione e rassegnazione, ed anche, volendo, afflizione, non si riesce a scorgerli da lui come persona, ma si intuiscono dai tempi che utilizza per scandire l’azione, dalle immagine che vengono proiettate sullo schermo, dalle malinconiche note della colonna sonora, e dall’evolversi della vicenda.

Va detto che non è facile approcciarsi ad un film così scarno e così ambiguamente emozionante, perché non si sa e non si saprà mai con certezza quello che Kitano voleva mostrare, e possiamo solamente immaginarcelo, ma ciò che veramente conta è che qualcosa, di qualsiasi tipo sia, arrivi, questa è la poetica che esplode fuori come un’eruzione vulcanica da questo e da molti altri film del regista, ed è basata sulle condizioni umane e sugli stati d’animo impenetrabili dei protagonisti, che nella loro gigantesca visione del mondo vivono, muoiono e si muovono con leggiadra potenza.

È questo, uno dei casi più straordinari in cui il regista e l’attore (che coincidono) si costruiscono la vicenda addosso reciprocamente e con la medesima precisione (questo proprio perché sono la stessa persona), riuscendo a creare un personaggio principale che è contemporaneamente colui che subisce, colui che compie e colui che osserva l’azione per tutto il suo svolgimento, ed in questo, Kitano somiglia al nostro Moretti: entrambi hanno questa innata capacita di “sdoppiarsi” e di far si che entrambe le loro parti (attore e regista) si raccontino a vicenda.

Se si dovesse raccontare Hana-bi (traducibile sia in “fiori di fuoco” che in “fuochi d’artificio”) attraverso le emozioni, queste sarebbero sicuramente la disperazione della vicenda che a tratti si tinge di una luce di speranza mentre per il resto scivola in una terribile quanto in evitabile tragicità, la profonda bellezza nella costruzione rigorosa, delicata e raffinata delle immagini, e quella linea di sarcasmo che tiene tutto molto più acceso.

Se il film pecca davvero in qualcosa, questa è certamente l’eccessivo sacrificio del ritmo effettivo in cambio dell’emotività del racconto, che in più di una scena crea dei tempi piuttosto morti e un clima generale di eccessiva lentezza.

Non è Sonatine, ma ancora una volta, il vecchio Beat Takeshi dimostra di possedere uno degli stili migliori del cinema moderno.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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