Heat – La sfida

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Ci sono un criminale, Neil McCauley (Robert DeNiro), ed un poliziotto, Vincent Hanna (Al Pacino), il primo rapina importanti banche con il suo gruppo di uomini fidati, ed il secondo è un segugio implacabile che difficilmente sbaglia. Dopo che un colpo di Neil finisce con un massacro a causa di un nuovo membro della banda che si rivela essere un mezzo pazzo, comincia una caccia all’uomo che si protenderà fino ad uno scontro finale in solitaria tra i due.

Quante volte si è vista al cinema una storia del genere? Centinaia e centinaia, ecco quante, sempre con lo stesso poliziotto super eroe con i suoi modi burberi da giustiziere che salva il mondo dal male uccidendo il criminale cattivo con la sua fidata pistola.

Mann non cambia di una virgola questo scheletro, è già scritto sin dal principio come si evolveranno e come si concluderanno, ma l’obbiettivo del film, non è questo: non si vuole tentare di riproporre la solita tiritera con gli inseguimenti plastificati, le battute sprezzanti, le parolacce, i didascalismi e quant’altro, come non si vuole cercare di alterare gli schemi classici.

L’obbiettivo, invece, è quello ricorrente nei film di Mann: sostituire i due personaggi principali stereotipati con due semplici esseri umani, con le loro limitazioni, le loro testardaggini, i loro principi profondamente contraddittori ma superiori a qualsiasi altra loro cosa.

Le vite di Neil e Vincet rispettano regole che sono contemporaneamente leggi universali e comportamenti naturali, le scelte che fanno sono allo stesso tempo frutto del loro modo di agire e cause rigide ed indistruttibili delle ripercussioni del caso (o è destino?), il punto di vista è contemporaneamente il loro (prima di ciascuno e poi di entrambi) e quello di un narratore che già conosce la vita della storia, e questo ci fa fare delle supposizioni: magari non c’è un narratore, magari sono loro che sono già onniscienti, e conoscono già la risposta alla risoluzione delle loro vite, sanno già come andrà a finire tra di loro.

In fondo, il resto se ne può anche andare alla malora: la moglie, la figlia, la fidanzata, gli amici, il maledetto futuro, tutto ciò che è avvenuto prima e tutto quello che avviene al di fuori del loro piccolo straordinario spazio vitale, e non per egoismo, ma perché nei momenti in cui Neil e Vincet si lanciano quelle occhiate che solo loro reciprocamente si sanno lanciare, nel momento in cui si sparano addosso creando quei suoni ovattati e facendo uscire dagli otturatori delle loro semi automatiche dei bossoli incandescenti che cadono abbandonati a terra, e nel momento in cui si siedono ad un tavolo qualsiasi, di un café qualsiasi, di una città qualsiasi sperduta sul fondale di un mondo morente sconosciuto, nulla è più importante, nulla lo è mai stato e nulla lo sarà mai, tranne la loro reciproca caccia.

Ed il bello è che è proprio in quelle inquadrature, in quei duetti tra Pacino e DeNiro, in quelle sequenze di magistrale fattura, che si riducono migliaia di anni di evoluzioni, di accordi, di civiltà, di caratteri e di persone, in poche parole, l’umanità: il bene e il male.

E questo storico scontro non viene più delineato da spaccati ben definiti, da due persone con due entità diverse (il bianco ed il nero), ma da due gemelli diversi, frutto della stessa cultura e degli stessi principi selvaggi e duri che posseggono sia la luce che l’oscurità.

La battaglia di questo mega mini cosmo a parte, viene combattuta nella nostra dimensione obbiettiva, nella buia e fredda giungla d’asfalto di una megalopoli, e tutto si trasforma in una guerra epica sconosciuta all’occhio che si rifiuta di scorgere altre (ce ne sono davvero altre?) realtà: il tempo si ferma e lascia che i due titani modellino il mondo, e poi si riattiva e modella a sua volta i titani, il futuro è già passato ed è entrambi sono terre straniere, l’unico momento che conta veramente è quello trascorso a cacciare l’altro uomo che rispecchia una triste e solitaria esistenza.

Poi, in fondo, sapere chi vince o chi perde fa solo estetica, perché in realtà oltre all’inquadratura di Al Pacino che tiene la mano a Robert DeNiro nel buio e nel silenzio dell’aeroporto non ci può essere e non c’è assolutamente niente, anche se è DeNiro che si è preso il piombo nello stomaco, entrambi muoiono su quel prato e gli altri (la moglie e la figliastra di Vincet, Chris e sua moglie, e la fidanzata di Neil che lo vede sparire nel buio inseguito dalla polizia) non posso far altro che assistere inermi, consci di essere le comparse di qualcosa di superiore alla loro portata.

Mann porta sulla scena centosettanta minuti di tensione, di celebrazione di un umanità finita e contemporaneamente appena cominciata, di conflitti universali ed individuali, di realtà lucide e spietate, di tante storie riassumibili in due immense, straordinarie, condizioni umane, è il cinema che supera e riassume la realtà, arricchendola di tutte le sue magnificenze, e per il resto, i due protagonisti bucano l’obbiettivo con delle interpretazioni monumentali, Mann, gira con una messa in scena grondante oro che fa risultare le immagini tempestate di diamanti per la loro profonda bellezza e suggestione, la fotografia incanta, le scene d’azione tengono incollati allo schermo (con una sequenza di rapina in banca da far impallidire lo stesso Dillinger) e la colonna sonora di Goldenthal risuona ancora ed ancora nella mente dello spettatore.

Il più grande poliziesco di tutti i tempi ed uno dei film più belli della storia del cinema.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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