Il papà di Giovanna

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Storia d’altri tempi. Gli anni della guerra che ormai ben conosciamo sono tanto lontani quanto vicini, i manicomi invece, sono, o meglio, erano una realtà cruda, complessa, quanto misteriosa. Ecco: essere pazzi e durante la guerra. Se questo non fa sfasciare una famiglia? Cos’altro lo può fare?

Bologna. Fine degli anni ’30. Michele Casali (Silvio Orlando) è insegnante presso l’istituto dove studia anche la figlia diciassettenne Giovanna (Alba Rohrwacher). Delia (Francesca Neri), sua madre, ha sempre avuto un rapporto distaccato dalla figlia, con la quale invece sembra aver instaurato un legame di dialogo, confidenza e fiducia col padre Michele, dimostratosi un padre amorevole e iperprotettivo. Forte spalleggiamento che non gli permette di accorgersi dei nascenti disturbi mentali della figlia, la quale presto si ritroverà in grossi guai con la giustizia.

Pupi Avati sembra avere un rapporto speciale con questo tipo di periodo storico. Mi riferisco a “Il cuore altrove” che si svolge negli anni ’20, ed anche a “Gli amici del bar Margherita” che ha luogo durante gli anni ’50. Il regista sa immergercerci completamente nell’atmosfera, anche grazie ad un tipo di fotografia sempre un po’ giallastra che incosciamente ci può ricordare vecchie fotografie e la polvere delle strade in terra battuta.

Incorporea e meravigliosa Alba Rohrwacher al suo prima esperienza come protagonista. Si conferma una giovane piena di talento la cui fiscità la rende genialmente perfetta per questo tipo di ruolo. Stesso discorso anche per Silvio Orlando, la cui impacciataggine e lo strano accento lo pongono come uomo insicuro, spiazzato dagli eventi e non in grado di riprendere le redini della sua vita e quella della figlia. Un bravo Ezio Greggio in una situazione altamente drammatica.

La storia è assolutamente in stile per Pupi Avati. Come sempre, infatti, la tragicità non è data tanto dalla situazione in se’, quanto dai personaggi, che sembrano sempre mentalmente incapaci di gestire le situazioni e che quindi si chiudono a riccio in solitudine tra i solitari. Inoltre queste scenggiature si concludono spesso in modo amaro, triste, seppur non disperato, per spiazzare lo spettatore quanto la storia spiazza i suoi protagonisti.

Ovviamente non è per una serata in allegria, ma prendendolo con uno spirito sereno ne potrete carpire il lato di speranza che vi permetterà di dormire ugualmente sonni tranquilli.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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