Marcello (Marcello Mastroianni) è un giornalista di discreto successo che vive a Roma, e che ha sempre desiderato scrivere. Vive con una donna di nome Emma (Yvonne Furneaux), ma ha avventure occasionali con molte donne, frequenta circoli di prestigio, non ha un rapporto stabile con i suoi genitori, ed è profondamente infelice.
Punto interrogativo. È il primo simbolo che mi è venuto in mente dopo la visione del film, e non è una cosa rassicurante: il mondo, il pubblico, e la critica, lo considerano un capolavoro della cinematografia mondiale, quindi finire di vederlo rimanendo interdetti, è una cosa che fa sentire piccoli piccoli, ma in fondo, che differenza fa?
L’obbiettivo di Fellini non è chiaro, anzi dubito che esista, c’è chi parla di morte,c’è chi parla di una pellicola sulla fine di un’epoca e di un tipo di umanità, c’è chi pensa che si tratta di un’opera malinconica sulla crisi di un uomo resa in modo tale che rappresenti la crisi di un momento storico, ma io, tra quelle immagini, ho visto solo tanta furbizia, tanta voglia di autocelebrarsi, tanta delirante consapevolezza di andare in giro a parlare del nulla, tanto desiderio di mostrare quanto si è bravi a fare il regista, oppure, nella migliore delle ipotesi, c’è stato un semplice fraintendimento di sentimenti, ed io, davvero, né capisco né condivido quanto mostra Fellini.
I personaggi de La dolce vita, sono gente dell’alta borghesia, figli di uomini e di donne altrettanto benestanti, gente che si può permettere di organizzare festoni di cinquanta persone ogni sera, che si può “concedere il lusso” di comprarsi una villa in riva al mare, che incontra le attrici hollywoodiane e ci parla, ci va in giro in macchina e ci si ubriaca insieme, che ha una donna (o un uomo) a sera e che si compra una bottiglia di champagne ogni volta che va in un ristorante.
Fellini attiva il suo alter ego Mastroianni, e lo inserisce in questo contesto fornendolo di tutti i privilegi prima elencati, lo rende uno snob con i capelli leccati da una mucca ed un vestito da ricconi, ed oltretutto, lo fa diventare infelice, ma cosa vuole in realtà Marcello? Non lo sa neanche lui, ecco qual è il problema: prima vuole Emma e poi non la vuole più, prima dice di stare bene con Steiner e poi non fa una grinza quando gli dicono che si è suicidato, prima va nel circolo di via Veneto, dove sta bene ed è (falsamente) felice e poi se ne va via dalla spiaggia, molto malinconicamente, quando la ragazza bella e bionda che c’era nella villa poco prima, lo sta chiamando.
Tutto questo avrebbe senso se fosse inserito in una critica sociale, se il personaggio fosse attaccato o quanto meno (come fa Pasolini ad Accattone) compatito, ma Fellini, oltre a renderlo odioso, lo protegge, lo rende il buono della situazione, alla fine dei giochi, pretende quasi che lui abbia ragione, che lui sia la vittima e che gli non lo possano capire.
Ciò è semplicemente ridicolo, e lui non può assolutamente credersi migliore o peggiore degli altri solo perché si è svegliato una mattina ed ha pensato “oggi mi faccio venire una crisi di coscienza”, e la cosa che davvero irrita è che il regista sembra rispecchiarsi in questa mentalità distorta.
E poi, la Ekberg, oltre a non essere una bellezza rara (anzi tutt’altro…) riesce persino a risultare terribilmente odiosa e la celebre scena sulla fontana di Trevi appare quasi cartolinistica.
Ciò che salva il film, paradossalmente è proprio la regia, che utilizza una mano onirica ed innovativa per creare delle immagini discretamente ed in certi casi, quasi splendide, poi il fatto che siano usate o per nulla o per qualcosa di assolutamente fuori dalla mia concezione delle cose è un altro discorso.
Sopravvalutato, come lo stesso Fellini.
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