Ci sono sei rapinatori che si ritrovano per una rapina in banca organizzata da un importante boss della malavita di nome Joe Cabot (Lawrence Tierney) e da suo figlio Eddie detto Il Bello (Chris Penn). Durante la rapina però, la polizia arriva senza preavviso ed il colpo si trasforma in una strage. Gli unici che riescono a mettersi in salvo sono Mr. White (Harvey Keitel), Mr. Orange (Tim Roth), Mr. Pink (Steve Buscemi) e Mr. Blond (Michael Madsen), che capiscono che tra loro c’è una talpa della polizia e che devono capire dio chi si tratta prima che i suoi “colleghi” li trovino.
Schermo nero, titoli di coda color marrone chiaro, ed una voce fuori campo (che si scoprirà essere dello stesso Tarantino) che ci avverte che:”Ve lo dico io di cosa parla Like a virgin, parla di una ragazza che rimorchia uno con una fava così; tutta la canzone è una metafora sulla fava grossa…” e via con la scena del ristorante, in cui si susseguono battute frizzanti, insensate e spudoratamente provocatorie, critiche sociologiche che non hanno ne capo ne coda nate per pura polemica, dialoghi scaturiti da una pura genialità e da un innato senso dello spettacolo, di una comicità praticamente inimitabile, dopo di che gli otto uomini seduti al tavolo si alzano e si dirigono verso l’uscita, l’inquadratura si oscura e si sente la voce maliziosa del direttore radiofonico dei Super Sound degli anni Settanta, cui seguono il resto dei titoli di testa.
Praticamente una scenetta esilarante da film comico-volgare anni Novanta, ma subito dopo l’atmosfera cambia, dopo l’oscurità, l’inquadratura va a finire su Mr. White zuppo di sudore che sfreccia per strada con un’automobile e che dietro di se trasporta un Mr. Orange terrorizzato, urlante ed imbrattato di sangue.
Con questo film, Tarantino, entra nell’olimpo del cinema made in USA, parte da un’idea tutta sua e sotto la guida attenta del produttore-attore Harvey Keitel, realizza una rivisitazione di Rapina a mano armata di Kubrick, non più messo in scena con semplice cinismo, ma con una chiave narrativa ben più complessa ed aperta che ha creato un genere (il celeberrimo “pulp”) ed è entrato nella storia del cinema moderno.
Le Iene, contrariamente a come è stato sottovalutato (anche se al contempo amato) dalla critica, non è un semplice esercizio di stile tarantiniano, o meglio lo è, ma di semplice non c’è assolutamente nulla: non è una banale commedia grottesca come il sopravvalutassimo Pulp Fiction, non è pura citazione come Kill Bill e nemmeno un’auto celebrazione come Jackie Brown, Le Iene è un anti noir in piena regola, che sconvolge le regole classiche del genere fondendo la follia e la consacrazione del massacro come Distretto 13: Le brigate della morte di John Carpenter (non per nulla uno dei film preferiti del mitico Quentin è Un dollaro d’onore di Howard Hawks, di cui Distretto 13, si può definire un aggiornamento anni Settanta) e la fredda e malinconia violenza di Sonatine di Takeshi Kitano, è uno dei pilastri del genere, ed una delle vette più alte che ha raggiunto (la più alta dopo il divino Carlito’s Way di Brian De Palma).
Poi, se non si considera tutto questo, il film continua ad essere pura perfezione: la colonna sonora è sublime ed è montata con maestria azzeccando i pezzi giusti al momento giusto, i dialoghi sono qualcosa di spaventosamente geniale (sia quelli drammatici che quelli comici) e fanno assolutamente impallidire quelli dei successivi film del regista, gli attori sono superbi, le ambientazioni anche, la regia è in stato di grazia e riesce a condensare la storia in un’ora e mezzo di tensione e di puro cinema d’intrattenimento come lo si faceva una volta cogliendo i punti salienti della vicenda, e l’epilogo è tristissimo e tetro.
Il capolavoro assoluto di Tarantino ed uno dei film più belli degli anni Novanta e di sempre.
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