Sorrentino e il resto dell’Italia sono su due lunghezze d’onda completamente opposte: il primo è calmo, diretto, sicuro, carico di una malinconia che trova le sue radici in una visione grigia (sempre tenendo tenendosi stretto un raggio di luce nelle tenebre) della società e della condizione umana a cui le persone delle normali scale sociali vanno incontro; la seconda, non persona ma massa, è invece sfarzosa e ridondante, simbolo da sempre uno stile di vita mediamente eccessivo e volgare, votato alla perenne ubriachezza, al consumo di tonnellate e tonnellate di spaghetti, nonché il luogo di punta per i ritrovi della malavita organizzata, patria dei peggiori individui che si possono incontrare sul globo.
Se si va di questo passo tra poco lo comincio a credere pure io: l’Italia, ormai, è una terra marcia, lo sfarzo che possiede sta solo nella superficie mentre al suo interno i rifiuti dell’umanità arrancano nel tentativo di mostrare all’informazione la verità sul paese della pizza.
Sorrentino, come molti altri altri, ha ben inquadrato questa realtà, e, come invece pochi (Nanni Moretti…) ha deciso di mostrarcela, non attraverso la totalità o gli stereotipi o il già visto, ma decidendo, invece, di astrarsi per qualche momento da una visione collettiva delle cose per rinchiudersi in una (due) realtà individuale.
Sono due storie di due vite fallite, cominciate male, proseguite discretamente e terminate in modo disastroso, di un calciatore e di un cantante omonimi (entrambi si chiamano Antonio Pisapia) che al top della loro carriera, subiscono uno “sgambetto” dalla vita (il primo si rompe i legamenti del ginocchio e il secondo viene accusato di violenza su una minore), che in seguito sono sempre sull’orlo di riemergere ma che, infine periscono miseramente (uno si suicida e l’altro finisce in carcere per omicidio).
L’argomento generale, quindi, è il fallimento, comportato dal caso, dalla scorrettezza degli altri o dalla sfortuna, ma Sorrentino non crede alla sfortuna (La Conseguenze dell’Amore verrà a chiarirlo tre anni dopo), per cui qual’è la causa della distruzione della vita dei protagonisti? Forse non c’è un vero fattore, e forse non è neanche così importante che ci sia, ciò che è importante è piuttosto il fatto in se: la società è malvagia, o comunque è formata da personaggi malvagi ed egoisti, per cui, su non ti fai egoista a tua volta non trionferai mai.
Si può usare questa come chiave di lettura, ma poi arrivano alcune battute di Servillo che portano ad un’altra considerazione: la risposta ai problemi è comportarsi da uomini liberi e sentirsi tali. Quest’ultima considerazione può non trovare d’accordo molti, ma è comunque da apprezzare e da accettare come un modo diverso di affrontare le disgrazie.
Se la cosa finisse qui, se tutto il film fosse un’analisi della coscienza di due individui da associare a quella del loro paese morente con un finale cinico e sarcastico in cui veniva a mancare proprio l’unica loro ancora di salvezza, la libertà, allora si sarebbe quasi potuto parlare di capolavoro: la regia di Sorrentino (qui per giunta alla sua prima prova) è magnifica, internazionale, emotivamente eccelsa, riesce a cogliere alla perfezione i momenti salienti della vicenda, la colonna sonora è malinconica al punto giusto ed azzeccatissima, Servillo è gigantesco come sempre ed anche la sua spalla, Renzi, non è affatto male, e la storia è costruita con solidità e sapienza.
I problemi sono circa due: alcune incoerenze nella sceneggiatura, e (problema mio e solo mio) uno stile un po’ acerbo che non consente completamente alle emozioni di arrivare a toccare tutte le corde giuste.
È probabile che le incoerenze siano in realtà frutto di una mia mancanza di coinvolgimento con il sentimento che aleggia per il film, ma a me, francamente, non è affatto chiaro quale legame ci sia fra i due protagonisti (a parte il nome) e non mi è chiaro neanche perché provino una sorta di attrazione tra loro nel momento in cui si vedono per la prima volta, e nemmeno perché nei ricordi della morte del fratello, Servillo vede lui in tuta da sub.
Queste cose mi rimangono oscure, in ogni caso però, rimane un prodotto molto promettente per il nostro cinema in via di estinzione.
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