Caos calmo

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Pietro Paladini (Nanni Moretti), un importante dirigente di un network, salva una donna che sta annegando in mare (Isabella Ferrari), ma quando ritorna a casa, scopre che la moglie si è suicidata. Tutti in torno a lui lo aiutano a superare lo shock, ma Pietro, non sembra risentire del tragico avvenimento, reagisce con tranquillità, come se niente fosse, e lo stesso fa la figlia di dieci anni Claudia (Blu Yoshimi), che dopo un primo momento di tristezza continua la sua vita con molta normalità. Per Pietro comincia così un periodo di profonda confusione che lo porta ad ignorare la fusione che sta per avvenire tra il suo network ed un altro americano controllato da uno dei più importanti capitalisti del mondo (Roman Polanski).

Caos calmo è un ossimoro, e non solo perché le due parole del titolo hanno un significato diametralmente opposto, ma perché i contenuti espressi risultano essere in profonda contraddizione tra loro: la moglie di Pietro muore perché lui non era li per impedirlo, ha una figlia da crescere ed ha una vita da mandare avanti, ma invece di disperarsi o di compatirsi, prosegue la sua vita in modo lineare, seduto su di una panchina, mentre il mondo intorno a lui crolla irrimediabilmente.

Il suo modo di reagire al dolore è non reagire, il suo sfogo per dissipare la tragedia è il non fare niente, i suoi pensieri nei confronti della moglie rimangono fredde analisi mentali eseguite come si potrebbe fare con un estraneo.

La totale assenza di sentimenti viene poi trasmessa alla figlia, che serve lui come specchio del suo interiore, non piange, non soffre, gioca con le amiche, continua a frequentare la scuola e tutte le altre sue attività, ride e si diverte.

Perché? Perché ognuno di noi reagisce a modo suo in contesti del genere, perché le vicende che hanno preceduto l’avvenimento in questione hanno fatto si che Pietro acquisisse una sua mentalità riservata ed un suo modo di sentire più attenuato, non freddo ma leggermente apatico, e paradossalmente sono gli altri che vanno da lui per risolvere i loro problemi, tutti lo raggiungono in quel piccolo parco in cui lui sta seduto su di una panchina attendendo che la figlia esca da scuola, tutti gli confessano i loro problemi, le questioni di lavoro, il rapporto con le persone che gli circondano, ed i loro turbamenti personali di qualsiasi tipo.

Nulla (o quasi) è lasciato alla fortuna: non è un caso che si parli di palindromi, di reversibilità e di irreversibilità (tutti gli avvenimenti che vengono mostrati rievocano la frase “I topi non avevano nipoti”) , non è un caso che quasi tutta la vicenda si svolga in luogo verde e tranquillo circondato dalla confusione della città (un altro mezzo con cui rispecchiare lo stato d’animo del protagonista), non è un caso che la tanto discussa scena di sesso tra Moretti e la Ferrari appaia tanto realistica (come per il Bertolucci di Ultimo tango a Parigi, i due protagonisti devono astrarsi dalla crudele realtà e passando ad un universo completamente individuale), e non è un caso che il ruolo del capitalista Steiner, forse fra tutti il personaggio secondario più importante ed ambiguo del film, sia affidato a Roman Polanski (già potente confessore in Una pura formalità di Giuseppe Tornatore, e la cui moglie fu assassinata all’improvviso dalla famiglia Manson), come non lo è il fatto che il dialogo tra lui e Moretti nell’auto di quest’ultimo sia insonorizzato (come a dire, che per quanto noi possiamo sforzarci, non riusciremo mai a capire davvero gli altri, e non ci resta altro da fare che accettarli per quello che sono).

Il film è assolutamente morettiano, di grande potenza emotiva e dai contenuti forti e mai scontati, con un protagonista che, come sempre, sfonda lo schermo ad ogni inquadratura, e con degli attori secondari in forma smagliante (perfino la Golino appare convincente).

Il difetto più grande che ha, proprio perché si tratta di un’opera fortemente influenza dal grande attore-regista, è proprio quello di essere diretto da qualcun altro: non fraintendiamo, Grimaldi è assolutamente magnifico, lontano anni luce dalla massa dei registi italiani che si vedono in giro, dirige gli attori con mestiere e sapienza, ed orchestra la storia scavando nei suoi contenuti come pochi sarebbero stati in grado di fare, ma si vede che che si dall’altra parte della macchina da presa c’è un regista che sta su di una lunghezza d’onda diversa e che non ha l’indole geniale di Nanni, ed il film appare a tratti molto più “normale” e schiacciato da schemi rigidi di quanto non volesse essere.

In ogni caso stiamo parlando di un quasi capolavoro, e di una pietra miliare del cinema italiano dei giorni nostri.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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