Ecce Bombo

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La vita di Michele Apicella (Nanni Moretti) si trascina stancamente lungo gli anni senza un vero obbiettivo. Vive a Roma e passa le sue giornate a fare poco o nulla: va in qualche bar con il suo solito gruppetto di amici altrettanto sprovveduti discutendo di frivolezze o di sogni irrealizzabili, gira per i set di qualche film di serie B, fa sedute di autocoscienza maschile in cui spera di tirar fuori qualcosa dalla sua mente e aiuta i suoi amici a preparare esami di vario tipo. Quando torna a casa, la situazione non migliora: i suoi genitori sono infelici e si stanno rendendo conto di aver fatto poco o nulla di cui andare veramente fieri, e sua sorella è alle prese con i turbamenti della sua generazione.

Se non riesci a cambiarti per poterti approcciare alla realtà, cambia la realtà e fa si che lei si approcci a te. Questo è uno dei tanti risultati ottenuti da questo film storico, uno dei simboli del cinema italiano anni Settanta, da molti giustamente considerato un capolavoro.

Ma cos’è effettivamente Ecce Bombo? Per qualcuno è un discreto esercizio di stile, per molti, come me, è uno specchio in cui si riflette il complesso di perdizione che scaturisce dalle mille domande che offuscano una mente che vuole delle risposte impossibili da trovare.

Michele in questo film vuole avere il controllo sulla vita di sua sorella e su quella delle donne che fanno parte della sua vita, fa di tutto per criticare i suoi genitori, che appartengono ad una generazione e ad un tipo di concezione della vita diametralmente opposto rispetto a quello dei giovani di quell’epoca, giudica gli altri cercando di trovare errori nelle vite altrui, che ci sono realmente e che lo infastidiscono perché appartengono ad altri stati mentali, cerca nel suo passato le risposte per il futuro, vive dei suoi ricordi, delle sue idee, dei suoi luoghi comuni a cui si ancora, anche a livello subconscio, per poter restare alla sua condizione normale.

Fotografa la sua generazione con la macchina fotografica che ha come obbiettivo i suoi occhi e come rullino il suo cervello, e questo gli consente di piegare il mondo che lo circonda al suo genio riuscendo a dar vita ad un ritratto umano e sociale, che ha avuto raramente eguali.

Per come la vedo io, Moretti rappresenta la definitiva morte del cinema del sopravvalutatissimo Fellini, perché oltre ad analizzare il suo mondo e se stesso (e non più da un punto di vista narcisistico ed auto celebrativo come quello di Fellini, in cui sembrava che l’Italia del Dopoguerra fosse il paese dei balocchi dei ricchi borghesi ubriaconi) porta alla luce i più grandi problemi che le persone hanno nell’approccio con gli altri: il dover portare una maschera (“Faccio finta…”), l’obbligo di dimostrare qualcosa agli altri, i doveri imprescindibili nei confronti delle altre persone, l’incapacità di poter accentare gli altri per la loro diversità di opinione, e lo scontro tra le generazioni, che non sono uguali per la loro struttura ma che rappresentano due mondi diversi, un po’ come il tramonto e l’alba.

La tempesta di emozioni che procura l’infinità del contenuto (che trova il suo apice nel silenzioso finale) è alternata da una comicità dotata di una finezza quasi irraggiungibile, che va a creare scene di una comicità straordinaria: le interviste ai ragazzi dell’università con “Lui lo sa fare molto bene il giovane”, le poesie di Fabio Traversa narrate sulla spiaggia, le sedute dei protagonisti che fanno discorsi insensati sull’esistenza di ognuno di loro, e tanti altri lampi di pura genialità con Moretti che buca lo schermo ad ogni inquadratura.

In parole povere, da questo film in poi, è nato un nuovo modo di fare cinema che alterna la più bell’acqua dello stile di Fellini alla poetica proletaria e disperata di Pasolini, il tutto condito con una comicità penetrante e con una visione del mondo del tutto nuova che ha raccolto migliaia di persone che la condividevano.

Un semplice e straordinario, piccolo capolavoro, intramontabile.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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