Il Quinto Potere

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Ed è con questa opera che il regista Sidney Lumet ci fa scoprire quella parte di società che noi comuni mortali ignoriamo, quella parte di società che lavora ininterrottamente per noi, quella parte di società che influenza le nostre vite: la televisione.

Un tema molto complesso e difficile da spiegare, soprattutto da comprendere. Sidney si destreggia come un maestro tra le varie sfaccettature psicologiche dei personaggi, supportato da una sceneggiatura di altissimo livello, pungente, cinica, ma soprattutto vera senza mai cadere nel banale, scritta dal pluripremiato Paddy Chayefsky.

Tutta la narrazione è costruita come un flusso di eventi, con una classica voce fuori campo, non invasiva, che racconta gli svolgimenti che si susseguono, e la regia ci mostra i fatti più importanti della storia, in questo caso la vita di Howard Beale, storico anchorman di un canale televisivo che viene licenziato quando l’amministrazione del network decide di spostare gli equilibri verso l’intrattenimento rispetto alle notizie.

Forse una storia come tante, forse no, ma appare fin dall’inizio come una delle tante possibili realtà che esistono nel mondo televisivo. Il film potrebbe essere considerato a tutti gli effetti come un episodio di una lunga serie tv composta dalle storie dei vari personaggi dello spettacolo, tutti uniti in questa immensa rete (da cui il titolo originale: Network) in cui l’elemento comune è la televisione. Per rendere questo effetto il regista ci mostra all’inizio una visione di tanti piccoli schermi tv, in ognuno dei quali è raffigurato un personaggio di quel mondo; la telecamera inizia lentamente ad avvicinarsi a quello di Howard con la voce fuori campo che ci accompagna. Inizia così il flusso della sua vita.

Il titolo parla chiaro: Il Quinto Potere, molto più efficace a mio avviso del titolo originale. Una breve spiegazione è d’obbligo. Dopo i primi tre poteri dello Stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) si passa ai poteri dei guardiani. Chi sono i guardiani in uno stato democratico? Semplicemente i media (il quarto potere la stampa, il quinto la televisione), perché essi indirizzano l’opinione pubblica. L’influenza della televisione è di fondamentale importanza per una nazione, non solo perché permette la comunicazione diretta con tutti i cittadini, ma soprattutto perché da quel canale passa solo la verità che si vuol far sapere, in quanto la tv è lo strumento principale di informazione per la popolazione; facile, veloce ed economico. Se mai una persona dovesse averne il possesso totale, avrebbe il controllo della volontà dei cittadini. Il tema sviluppato dal film, e in maniera eccellente, è appunto la forza psicologica di questo mezzo d’informazione.
Ne emerge una critica feroce e spietata contro tutto il sistema televisivo.

Sono evidenti quattro categorie di personaggi chiave della storia: colui che fa parte del sistema (Diana Christensen), colui che si illude di distruggere il sistema dall’interno (Howard Beale), colui che si estranea dal sistema (Max Schumacher) e colui che gestisce il sistema (Frank Hackett).

Tutto il film è incentrato sulle vicende della vita del protagonista Howard Beale, famoso giornalista, ed è drammatico come venga annientata la sua umanità solo per il profitto dell’azienda e come venga manovrato dagli altri personaggi della storia. Il povero Howard finisce per essere una marionetta nella mani dei potenti e da quel copione non deve dissociarsi. La sua vita è legata ai numeri, al successo. Che cosa succede quando questa formula non funziona più? La televisione è un mercato molto instabile e imprevedibile, e in un mondo dove interessa solo il profitto, chi non lo realizza deve esserne escluso al più presto.

Il finale spietato mostra la violenza della televisione, la crudeltà delle persone che manovrano questo sistema. Probabilmente potrà sembrare troppo inverosimile, ma il messaggio è chiarissimo.

Lo spettatore viene rapito per tutta la durata del film, senza mai annoiarsi, con un ritmo avvincente.
Recitazione straordinaria da parte di tutto il cast, pochi film raggiungono una qualità così intensa: la follia di Peter Finch, la freddezza di Faye Dunaway, il cinismo di Robert Duvall e la naturalezza di William Holden, senza dimenticare lo strepitoso cameo di Beatrice Straight.

Domani, forse non accenderete la vostra tv di casa.

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