Le notti di Cabiria

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Cabiria (Giulietta Masina) è una prostituta romana, che da una vita sta risparmiando per riuscire a vivere in modo decente quando sarà in là con gli anni. Un giorno, mentre è a vedere uno spettacolo in teatro, viene ipnotizzata e le viene fatto simulare l’incontro con l’amore della sua vita, di nome Oscar. Dopo essersi ripresa, esce per strada, e li incontra un uomo che dice di chiamarsi Oscar (Francois Perier). È l’inizio di una storia d’amore, forse troppo bella per essere vera.

Spaccato sociale, e racconto di vita del sottoproletariato delle borgate romane.

Non tutto funziona, e si sente la mancanza di qualcosa, e non si fatica a capire di che cosa si tratta. Basta leggere i titoli di testa per rendersi conto che qualcosa non andrà certamente: regia di Federico Fellini, sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini.

Due registi in contraddizione, uno che preferisce astrarsi dalla realtà quotidiana ed un altro che vi si immerge interamente; il primo costretto a lavorare su una sceneggiatura del secondo… ed in fatti, ciò che manca al film è proprio un stile omogeneo: la differenza tra le parti pasoliniane e le parti felliniane è tale, da non consentire (almeno a me) una digestione completa dell’opera, almeno non senza alcune riserve.

Il film è a tratti un capolavoro di Fellini, ed a tratti un capolavoro di Pasolini, ma i due stili messi insieme stonano, le scene davvero belle ed emozionanti si distaccano dal resto del film e diventano quasi episodi a se.

Tanto per fare alcuni esempi, tutta la scena dell’ipnosi con il successivo incontro con il vero Oscar, sono pura poesia felliniana, mentre le discese nella povertà assoluta delle borgate sono del miglior Pasolini ad inizio carriera. Ma la cosa che davvero è in contraddizione con se stessa è il finale: si passa dalla completa disperazione di un tradimento morale e sentimentale (una scena straziante e fortemente pasoliniana), ad una marcia musicale quasi consolatoria (che sarebbe stata certamente più in linea con un finale positivo e certamente felliniano).

Questo credo che sia l’unico vero difetto che li si può trovare, il resto, è assolutamente a modo ed ineccepibile: abbiamo una Giulietta Masina in piena forma, reduce dalla bellissima prova de La strada, delle bellissime musiche del grande Nino Rota, un quadro epocale ed una ricostruzione storica sognante e poetica, ma anche assolutamente onesta e cruda, un’ottima delineazione dei caratteri dei personaggi, aiutata da una regia attenta a da degli attori splendidi, l’ambiguo romanticismo di Francois Perier, prima onesto e consapevole, e poi maligno e criminoso.

Tutto questo utilizzato per costruire un’immagine molto contraddittoria dell’Italia del dopoguerra, spietata e disperata, in cui si è costretti a derubare delle donne a cui la vita ha sempre voltato le spalle, per poter sopravvivere al diluvio.

Oltre a questo, viene anche messa in mostra la “piramide sociale” di quell’epoca: si passa da luoghi in cui le persone muoiono di fame, a vile lussuose in cui gli attori di successo si possono permettere di gettare le aragoste.

Una bella immagine della borghesia che spadroneggiava allora come adesso, che però, non fa altro che lasciare di stucco per il film immediatamente successivo, La dolce vita, in cui praticamente, viene detto l’esatto contrario.

E comunque, anche le scene prese singolarmente (pure quelle che si contraddicono), hanno una carica emotiva che non è affatto da sottovalutare.

Insomma, siamo un po’ a metà strada tra I vitelloni e Accattone, anche se non si riesce a raggiungere nessuno dei due; Fellini aveva fatto di meglio, e Pasolini farà ancora di più, ma in ogni caso, è un bel film, lontano dal taglio neorealista (non che questo sia un difetto comunque), e ben girato.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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