La storia d’amore tra Bess (Emily Watson) e Jan (Stellan Skarasgard), che si ritrovano vittime di uno scherzo del destino: Jan diventa paralizzato dopo un incidente sulla petroliera su cui lavora e convince Bess a prostituirsi per fargli piacere.
Ad un certo punto del film, verso la fine, Emily Watson, si ritrova a parlare con il dottore che ha cercato di portarsi a letto e dice (riassumendo brevemente per estrarne il succo di fondo): “Dio fornisce ad ognuno di noi un talento, Jan è un grande amatore, lei (il dottore) deve trovarlo da solo ed io ho molta fede”.
Questa scena, più altre due, bastano per riassumere brevemente tutto quello che si è visto; le altre sono: lo scampanellio miracoloso sopra alla piattaforma petrolifera, ed il dopo matrimonio con palpeggiamenti. Visto questo, si è già capito quasi tutto ciò che c’è da capire: praticamente, la morale del film è che, se il marito di una donna le chiede di prostituirsi per soddisfare il suo gusto malato di raccontini erotici (quasi come se fosse per lui un grande sacrificio, oltretutto), Dio la ricompenserà, perché lei si è sacrificata per il piacere del marito che per questo è rimasto in vita.
Significato interessante, peccato che non voglia dire praticamente un accidente, mi spiego meglio: tutto il film si basa su Bess che va in chiesa (ma anche fuori di essa) che parla con Dio, e questo, quasi come se prendesse ordini da lei, soddisfa ad ogni ora del giorno tutto quello che lei le chiede, anche ciò che risponde ai sentimenti più egoistici.
Fa spaccare la testa a Jan per farlo tornare a casa, lo a migliorare, incoraggia Bess a prostituirsi per farla smettere di essere egoista eccetera, eccetera. Tutto questo per far che? Non si sa con precisione, ed il resto del film diventa quasi superfluo, al di là del fatto che von Trier si tira la zappa sui piedi: qui entra in gioco il post matrimonio, il cui capitolo si intitola “La vita con Jan” e che in pratica è tutta una gigantesca scenetta erotica, prima con lei che gli tocca “l’apparato fallico”, poi sempre lei che ringrazia Dio mentre gode spudoratamente, dopo di che tutte le varie posizioni e tutti i vari luoghi in cui saziare le proprie necessità, per poi passare, dopo dieci minuti, ad un attaccamento che diventa quasi ossessivo.
E l’amore dov’è? Io in questo film non ho visto niente che gli somigli, niente di niente che possa giustificare due ore e mezza di immolazioni in nome di qualcosa (devo ancora capire di che cosa si tratta…), tutto, invece, è meticolosamente calcolato e costruito: il matrimonio tra uno straniero ed una pazza scatenata che tenta di andare contro alla sua comunità, il rapporto con Dio, la “sventura” di Jan, la prostituzione di Bess e la finale redenzione della comunità, con tanto di pseudo happy ending in versione scientology.
Il film parte come se volesse mettere in evidenza la profonda diversità che esiste tra Chiesa come istituzione e religione come speranza, ma dopo quasi due ore di divagazioni, annega in una confusione calma che lascia basiti, tutto si fonde a quanto detto poco prima, gli elementi presenti si contraddicono da soli con una precisione matematica tale, che può essere stata solamente provocata.
Tutta l’opera viene dilatata inverosimilmente alternando quadretti musicali costruitissima, all’immediato ritorno alla camera a mano, il bigottismo si sostituisce immediatamente al borderline per poi ritornare come prima, c’è una specie di lotta femminista in atto che viene contemporaneamente contraddetta da una sottomissione (che, udite udite, viene fatta passare non per schiavitù psicologica, ma per bontà) disgustosa ed insensata.
Tutto questo non fa altro che aumentare l’interdizione profondo dello spettatore inerme, che si trova davanti una gigantesca valanga di tutto ciò di cui si può parlare che quindi, per forza di cose, finisce per non parlare di niente. Vale dunque la pena perderci il sonno? Io ne dubito, dato che le domande che ci si pone, si perdono irrimediabilmente in un abisso di cripticità che non fa altro che confonderci ancora di più. Cos’è dunque Le onde del destino? È un’opera importante per stilisticamente (già vi si intravedono delle parti del Dogma, come la forma amatoriale delle immagini), ma è uno scempio per tutto il resto: una messa nera che celebra i valori della carne, una commedia brillante che non ha né ironia né sarcasmo, un melò che scimmiotta Dreyer alla ricerca delle emozioni di sacrificio che vengono ridotte a ridicole teorie di vita, un’operazione furbetta che tenta di intraprendere la strada dei falsi moralismi ipocriti, pornografia velata che non trova gli sbocchi per sconvolgere davvero ma che fa comunque discutere, un gigantesco calderone di idee e di filosofie riadattate un po’ alla buona per formarne una sola quasi del tutto incomprensibile, un romanzone cattolico (ma anche anti cattolico, decidete voi) che puzza di stantio, nonché l’ultima cosa che mi sarei aspettato da Von Trier, e cioè un film che, nonostante la sua particolarità, non affascina.
Una nota di merito, va comunque agli attori, in particolar modo, la bravissima Emily Watson, il resto purtroppo si perde nel suo stesso labirinto.
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