Tutta la vita davanti

La venticinquenne Marta (Isabella Ragonese), laureata in filosofia con lode, decide di lavorare in un call center per guadagnare qualche soldo: il suo compito è quello di piazzare robot da cucina. La sua determinazione la fa entrare nelle grazie di Daniela (Sabrina Ferilli), responsabile dei telefonisti. Ma un tenace sindacalista vuole portare alla luce la situazione dei lavoratori precari…

Dopo una serie di dignitose commedine da cartolina, che riuscivano per lo meno a far ridere di gusto, Virzì decide di gettare totalmente nelle fiamme quel poco di buono che era riuscito a tirare fuori dalla sua pur dimenticabilissima carriera.

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Pranzo di Ferragosto

Gianni (Gianni DiGregorio) vive in una vecchia casa del centro di Roma con la madre, una nobildonna decaduta che lo tiranneggia e gli lascia solo il tempo per l’osteria. Alla vigilia di ferragosto, l’amministratore del palazzo, conoscendo la sua situazione di “cattività”, gli propone di tenere con sé, per un paio di giorni, la propria mamma, in cambio dell’abbuono di tutte le spese condominiali non pagate. Quando si presenta a casa sua in compagnia anche della vecchia zia, Gianni accusa un piccolo malore. Si reca allora da un amico medico per un controllo, che guarda caso gli affiderà pure lui l’anziana madre per la giornata festiva.

Qualcuno come DiGregorio si è illuso che i facili compromessi potessero salvare il cinema italiano dal baratro, ed è un vero peccato che nessuno sia andato a dirgli che non è così: potevano risparmiarci questo ennesimo supplizio per immagini.

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Una cavalla tutta nuda

Gulfardo de Bardi (Renzo Montagnani) e il suo amico Folcacchio de’ Folcacchieri (Don Backy) sono incaricati dal priore di Borgo d’Elsa, di recare un’ambasciata al vescovo di Volterra. Durante il viaggio, i due s’imbattono in una bella contadina, Gemmata (Barbara Bouchet), sposa di Niccolò: facendo credere all’ingenuo marito di poterla trasformare in cavalla, Folcacchio cerca di godersi la donna, ma deve poi rinunciarvi. Giunti finalmente a Volterra, si presentano al vescovo, ma avendo dimenticato il contenuto della loro ambasciata, vengono condannati al rogo. Salvati da un amico di Gulfardo, i tre riescono a scappare, e fanno ritorno a Borgo d’Elsa.

L’ho visto solo per una mia curiosità, nata recentemente: volevo osservare se i successori del film di Pasolini, fossero almeno leggermente all’altezza dell’originale.

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In nome del Papa Re

Roma 1868. La contessa Flaminia (Carmen Scarpitta) ha avuto in segreto un figlio naturale, Cesare (Danilo Mattei), da una fugace relazione con monsignor Colombo (Nino Manfredi), giudice in crisi del tribunale papalino. Quando Cesare viene arrestato per cospirazione (è accusato di aver ucciso venti gendarmi pontifici con la complicità di due compari), la nobildonna cerca di salvargli la vita raccontando tutto all’ex amante.

Comincia con una frase che la dice lunga sulla natura ideologica dell’operazione “Non è la fine perché arrivano gli italiani: arrivano gli italiani perché è la fine”, come a conferma di tutte le convinzioni disilluse del protagonista, sulle vecchie generazioni assassine, sulle rivoluzioni ideologiche ed anticlericali, intese come cambiamento radicale di stile di vita, nonché l’abolizione indiscussa ed indiscutibile di qualsiasi tipo di dittatura e di sottomissione.

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Io ballo da sola

Dopo il suicidio della madre, Lucy (Liv Tyler), una diciannovenne americana, viene mandata in vacanza in Toscana a casa del padre e di una coppia di amici. Nella splendida villa isolata sulle colline senesi ci sono anche altri ospiti. Da questo soggiorno Lucy si aspetta di ritrovare un ragazzo conosciuto anni prima ma soprattutto di scoprire l’identità del vero padre e chiarire la personalità della madre.

Bertolucci, con questo film, decide di svendere la propria onestà artistica, in un modo, che farebbe rabbrividire anche il più forte di stomaco.

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La città delle donne

Snaporaz (Marcello Mastroianni), uomo di mezza età, scende dal treno su cui sta viaggiando con la moglie per seguire una donna misteriosa. Si trova dapprima in un albergo dove scatenate femministe tengono un tumultuoso convegno (di cui nulla capisce), poi nel castello di un certo Dr. Katzone (Ettore Manni), un santone dell’erotismo, poi in un tribunale dove le donne lo condannano e in un’arena in cui deve essere linciato.

Ed ecco che Fellini comincia il suo percorso conclusivo, quello con cui si prospetta (poeticamente) di dire addio al cinema ed al mondo, e con cui vuole finire, una volta per tutte, di dire quello che sentiva di dover comunicare al resto del mondo.

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