Pranzo di Ferragosto

Gianni (Gianni DiGregorio) vive in una vecchia casa del centro di Roma con la madre, una nobildonna decaduta che lo tiranneggia e gli lascia solo il tempo per l’osteria. Alla vigilia di ferragosto, l’amministratore del palazzo, conoscendo la sua situazione di “cattività”, gli propone di tenere con sé, per un paio di giorni, la propria mamma, in cambio dell’abbuono di tutte le spese condominiali non pagate. Quando si presenta a casa sua in compagnia anche della vecchia zia, Gianni accusa un piccolo malore. Si reca allora da un amico medico per un controllo, che guarda caso gli affiderà pure lui l’anziana madre per la giornata festiva.

Qualcuno come DiGregorio si è illuso che i facili compromessi potessero salvare il cinema italiano dal baratro, ed è un vero peccato che nessuno sia andato a dirgli che non è così: potevano risparmiarci questo ennesimo supplizio per immagini.

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E la nave va

Italia, 1914. La “Gloria N” salpa con a bordo un gruppo eterogeneo di ammiratori del soprano Edmea Tetua per andare a spargerne le ceneri nell’Egeo. Durante la navigazione si definiscono i personaggi. Poi la nave raccoglie dei profughi-naufraghi serbi in fuga dopo l’attentato di Sarajevo. E a causa dell’azione di uno di questi, la “Gloria N” viene cannoneggiata e affondata. Ma qualcuno si salva.

Una di quelle opere che superano abbondantemente la soglia della tristezza, e si proiettano in una dimensione di struggente malinconia che, semplicemente, non può essere sostenuta da dei deboli (o ricchi?) di spirito.

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Prova d’orchestra

Gli orchestrali sono arrivati nella cappella del Duecento dove devono provare un concerto. Ci sarà anche la televisione e tutti si affannano a chiedere spiegazioni al direttore e al sindacalista, che indice uno sciopero contro l’autoritarismo del maestro. L’azione viene interrotta dalla demolizione di un muro: appena la nube di polvere si è dissolta le prove riprendono, ma il direttore inizia a fare un comizio in italiano e in tedesco.

L’orchestra è la massa, la massa, è un insieme di individui, e l’individuo che cos’è? Guardiamoci allo specchio e rispondiamo che è praticamente impossibile da definire, perché è come porsi domande del tipo “perché esistiamo?”, oppure “qual’è lo scopo di tutto questo?”, ma una cosa la possiamo dire: se l’individuo non è realizzato, allora non è realizzata nemmeno la massa, e se non è realizzata la massa, il mondo umano piano piano se ne va a scatafascio.

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Una cavalla tutta nuda

Gulfardo de Bardi (Renzo Montagnani) e il suo amico Folcacchio de’ Folcacchieri (Don Backy) sono incaricati dal priore di Borgo d’Elsa, di recare un’ambasciata al vescovo di Volterra. Durante il viaggio, i due s’imbattono in una bella contadina, Gemmata (Barbara Bouchet), sposa di Niccolò: facendo credere all’ingenuo marito di poterla trasformare in cavalla, Folcacchio cerca di godersi la donna, ma deve poi rinunciarvi. Giunti finalmente a Volterra, si presentano al vescovo, ma avendo dimenticato il contenuto della loro ambasciata, vengono condannati al rogo. Salvati da un amico di Gulfardo, i tre riescono a scappare, e fanno ritorno a Borgo d’Elsa.

L’ho visto solo per una mia curiosità, nata recentemente: volevo osservare se i successori del film di Pasolini, fossero almeno leggermente all’altezza dell’originale.

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La voce della luna

Bassa Padana: il sognatore Ivo Salvini (Roberto Benigni), sente le voci dai pozzi illuminati dalla luna e cerca la donna ideale. Ha piccole avventure con personaggi un po’ folli, finché incontra l’ex prefetto Gonella (Paolo Villaggio), che dappertutto vede congiure. Insieme irrompono in una discoteca, assistono alla “cattura” della luna in diretta Tv. Solo loro due, per amore o per angoscia, sanno “ascoltare” il silenzio della notte.

Un piccolo regalo prima della fine, ecco che cos’è La voce della luna, opera tutt’altro che minore per il regista riminese.

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Intervista

Dietro richiesta di una troupe televisiva giapponese, Fellini accetta di farsi intervistare sulla sua storia di regista. Eccolo al suo arrivo a Cinecittà, sprovveduto cronista di provincia. Ecco le immagini della “Dolce vita”. Ecco, assediata dal cemento e dalle antenne televisive, la Cinecittà di oggi, dove si continua a lavorare per il cinema con tenacia e allegria.

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