Il Lungo Addio

Philip Marlowe, forse il detective privato del grande schermo più amato dalla critica, portato in scena diverse volte e con esiti sempre ottimi, interpretato da attori del calibro di Humphrey Bogart e Robert Mitchum, in film che più di una volta hanno segnato in modo indelebile il modo di fare cinema noir, sia per la narrazione che per la costruzione delle vicende (Il Grande Sonno è diventato una vera e propria pietra miliare del genere).

Questa volta però, alla regia c’è Robert Altman, e a dare il volto al personaggio, c’è Elliot Gould, ed è difficile poter pensare ad un banale poliziesco in stile ispettore Derrick, ispettore Brannigan, ispettore Callaghan e così via, e infatti non lo è: si parte con una scena in cui Marlowe viene svegliato dal gatto perché ha bisogno di mangiare, ma dato che ha finito le scatolette è costretto ad andare al supermercato per comprare quelle della marca Curry.

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Incontri ravvicinati del terzo tipo

E’ proprio vero che gli anni Settanta, quelli della New Hollywood, sono stati tra i più floridi della storia del cinema, e la carriera di Spielberg, ne è una dimostrazione eccellente: cominciata con dei capolavori, nell’arco di tempo dal 1971 al 1977, e proseguita in discesa con dei momenti di risalita ma ben poche cose che, effettivamente, c’erano da dire.

Ma in questa vita impregnata di cinema nel profondo, e caratterizzata da alti e bassi come raramente capita di vedere tra i registi di fama, ci sono stati dei momenti, dei guizzi di sentimento, che andavano oltre a qualsiasi altra cosa, che rientravano di diritto tra i momenti più straordinari e particolari a cui uno spettatore potesse sperare di assistere, e che hanno portato alla realizzazione di opere immortali e fuori dal comune.

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