Bianca

Semplicemente l’opera definitiva di Nanni Moretti, che utilizza per la quarta volta il suo alter ego Michele Apicella per narrarci lo sconforto della vita di tutti giorni e il suo modo di vedere il mondo portato ad una fatale saturazione.

Il personaggio che ne viene fuori non è più l’isterico ed insopportabile bambinone di Ecce Bombo e di Io sono un autarchico, né l’improvvisato genio incompreso di Sogni d’Oro, ma un malato e pervertito psico giudice in giacca azzurra, che possiede decine di paia di scarpe tutte uguali nel suo pulitissimo armadio e tutti completini ordinati da indossare a seconda delle occasioni.

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Il figlio più piccolo

Luciano Baietti (Christian De Sica) è uno spietato uomo d’affari che ha lasciato sua moglie Fiamma (Laura Morante) il giorno del loro stesso matrimonio. Pur avendo già due figli Paolo, il più grande, e Baldo (Nicola Nocella) quello più piccolo, non dà più alcuna sua notizia per molti anni. Alcuni anni dopo ritroviamo Paolo che odia suo padre con tutto se stesso, dato che, adesso che è milionario, non ha mai aiutato economicamente la sua famiglia che è molto in difficoltà. Fiamma, invece, sembra, nonostante il tempo trascorso, ancora in uno stato di stasi, attendendo il giorno in cui suo marito tornerà da lei. Baldo, poi, che è il figlio più piccolo, non lo è solo anagraficamente, ma sembra essere anche minorato con qualche piccolo problema di ritardo mentale. Adesso Luciano però è in bancarotta e rischia grosso col fisco, aiutato dall’ipocondriaco ragioniere Bollino (Luca Zingaretti), chiede a Baldo di fare il suo testimone, in seconde nozze, circuendolo, poi, per scagionarsi da i suoi guai fiscali e giudiziari.

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La Stanza del Figlio

Non si esce bene dalla visione di questo film, non perché sia particolarmente strappalacrime, ma solo perché mette in risalto degli aspetti di verità che non ci si aspetterebbe.

La storia è molto semplice: una famiglia molto unita, viene sconvolta da un trauma enorme come la perdita di uno dei figli. Ma, in fondo, si può davvero definire semplice? Quello che Moretti modifica per portare ad un suo ideale livello di lavorazione, è un tema eterno, sviluppato con una potenza narrativa inimmaginabile: il dolore.

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Sogni d’Oro

Quel nasone lungo e sottile, quella corporatura tozza e leggermente flaccida, quei capelli scompigliati e mai pettinati neanche una volta, quelle mani grandi e scrutatrici, quel sorrisetto maligno che viene tirato fuori solo nei casi in cui tira una brutta aria, quella gobba a ponte che sposta il suo viso lungo e magro in avanti e quei buffi vestiti da damerino anni Settanta.
Dopo tutta una vita di cinema, cultura e società, anche i muri hanno imparato a capire che con Nanni Moretti non c’è tanto da discutere su scelte registiche o di scrittura e anche alla prima visione di un suo film, ci si imprime il suo aspetto strano, affascinante, un po’ a svampito forse, ma comunque interessante e particolare.  Un aspetto un po’ troppo anonimo per appartenere ad una star del cinema hollywoodiano, un po’ troppo altolocato per essere di un sindacalista rivoluzionario, un po’ troppo per bene per appartenere alla classe operaia, ma anche troppo semplice per quella borghese.

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