Ludwig

Nel 1864, Ludwig II (Helmut Berger) viene incoronato re di Baviera. Il suo obbiettivo, da ingenuo ragazzotto qual’è, è quello di riuscire a creare un regno in cui la bellezza e l’arte, regnino incontrastate. Per questo motivo decide di chiamare a corte Richard Wagner (Trevor Howard) e di fargli comporre opere in suo onore. La situazione politica in Europa però, si fa sempre più complicata, e come se non bastasse, Wagner sfrutta la profonda amicizia del sovrano per arricchirsi finendo per tradirlo, e l’imperatrice Elisabetta d’Austria (Romy Schneider), l’unica donna che abbia mai amato, lo abbandona, sconvolta dalla sua cecità e dalla sua mania di sperperare. Ludwig, già molto eccentrico e fuori dagli schemi di natura, comincia a scivolare lentamente in uno stato di follia che lo corrode e lo porta all’alienazione in uno dei suoi mastodontici castelli, con il conseguente abbandono al suo destino del suo regno.

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Senso

Venezia, 1866: la guerra è alle porte, e in questo clima di instabilità e di paura, la nobildonna Livia Serpieri (Alida Valli), una sostenitrice della rivoluzione, si innamora di Franz Mahler (Farley Granger), un tenente dell’esercito austriaco. La loro storia, viene però ostacolata dalla guerra, che costringe Lidia a ritirarsi in una villa in campagna e Franz a partire per combattere.

Celebre melodramma firmato da un maestro del genere come Visconti, lungo (anche se non così tanto come si può pensare) e sfarzoso come solo la più bell’acqua dei colossal americani consente.

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La Caduta degli Dei

“Parlo del bene esasperando il male” disse qualcuno, ed era presumibile che, in periodi così inclini alla spettacolarizzazione ed al didascalismo dei film denuncia, un’opera sul nazismo, non sarebbe stata diversa da qualsiasi altro polpettone sulle discriminazioni, sui personaggi storici, su Roma o su qualunque altra cosa; ed in effetti il film è dotato di un’epica raffinata e letteraria, ma anche cinica e antiretorica, lontana da qualsiasi facile interpretazione, un film che non è facile seguire e capire, un tomo storico di due ore e venti sul potere nazista, sulla disunione familiare e sull’esaltazione dei fatti minori ma pur sempre macabri e terrificanti (per quanto spettacolari).

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Morte a Venezia

morte-a-venezia1Parlare di una simile magnificenza è molto complicato, sia per il fatto che difficilmente si potranno trovare delle parole per descriverlo, sia perché, utilizzare queste ultime, è un concetto fondamentalmente sbagliato.

Il linguaggio usato da Visconti, non è quello della parola, scritta o orale che sia, ma è quello delle pure immagini, delle sensazioni visive portate da insignificanti dettagli maniacali (con il regista milanese c’è poco da fare, quando faceva un film, voleva riportare tutto ad uno stato di totale realtà e, contemporaneamente, conferire alla vicenda dei toni quasi teatrali), degli sguardi intensi carichi di dolore, di tristezza infinita, di nostalgia, di ricordi tenebrosi e di presagi di morte ed è anche quello che, forse, riesce a spiegare l’essere umano nella sua interezza nella migliore delle maniere: mostrandone i punti deboli.

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