Ginger e Fred

Amelia (Giulietta Masina) e Pippo (Marcello Mastroianni), in arte Ginger e Fred, avevano avuto successo sui palcoscenici di provincia nei lontani anni Quaranta. Si ritrovano, dopo decenni, per partecipare a un varietà di vecchie glorie organizzato da una televisione privata. Un’esperienza da incubo, ma ai due resterà il piacere di essersi ritrovati per un momento.

Ginger Rogers e Fred Astaire come simbolo della decadenza del cinema e dell’intrattenimento: si perde qualsiasi accenno di bellezza umana, ogni briciolo di vitalità, non esiste e non esisterà più lo spettacolo in grado di far trascorrere piacevolmente alcuni momenti grazie agli artisti veri; questi ultimi sono solo le ombre di loro stessi, troppo consumati dalla stanchezza, dalla fatica e dai rimorsi, portati dall’inevitabile revisione finale della propria vita.

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La notte

L’unione dello scrittore Giovanni (Marcello Mastroianni) e di sua moglie Lidia (Jeanne Moreau) è ormai arrivata a un punto morto. Tra noia, flirt abbozzati e vagabondaggi senza meta, i due, a volte insieme, a volte separati, passano una giornata grigia, attanagliati dal loro malessere interiore. L’alba del giorno dopo li sorprende però in un attimo fugace di felicità.

Ciò che non può essere comunicato, non può essere colto. Eppure Antonioni c’è riuscito a farlo cogliere, è riuscito nell’impresa titanica di creare una condizione accettabile per far trasparire uno stato d’animo che solo l’immagine pura può far trasparire a pieno, sottolineata da parole confuse, da concetti che possono essere compresi solo accompagnandoli dalle azioni dei personaggi che li pronunciano.

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La città delle donne

Snaporaz (Marcello Mastroianni), uomo di mezza età, scende dal treno su cui sta viaggiando con la moglie per seguire una donna misteriosa. Si trova dapprima in un albergo dove scatenate femministe tengono un tumultuoso convegno (di cui nulla capisce), poi nel castello di un certo Dr. Katzone (Ettore Manni), un santone dell’erotismo, poi in un tribunale dove le donne lo condannano e in un’arena in cui deve essere linciato.

Ed ecco che Fellini comincia il suo percorso conclusivo, quello con cui si prospetta (poeticamente) di dire addio al cinema ed al mondo, e con cui vuole finire, una volta per tutte, di dire quello che sentiva di dover comunicare al resto del mondo.

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8 ½

Frammenti di sogni, di memorie, di ricordi di persone che riguardano un regista di nome Guido, che si trova in una crisi, che riguarda tutta la sua vita.

Per chi piace Fellini, e lo riesce a capire in tutte le sue sfaccettature, questo sarà sicuramente uno dei film più belli della storia del cinema, per chi invece lo considera semplicemente un buon autore che sa fare bene il suo lavoro, ma che non coglie la grandezza che il mondo gli riconosce, è solo un altro suo film.

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La dolce vita

Marcello (Marcello Mastroianni) è un giornalista di discreto successo che vive a Roma, e che ha sempre desiderato scrivere. Vive con una donna di nome Emma (Yvonne Furneaux), ma ha avventure occasionali con molte donne, frequenta circoli di prestigio, non ha un rapporto stabile con i suoi genitori, ed è profondamente infelice.

Punto interrogativo. È il primo simbolo che mi è venuto in mente dopo la visione del film, e non è una cosa rassicurante: il mondo, il pubblico, e la critica, lo considerano un capolavoro della cinematografia mondiale, quindi finire di vederlo rimanendo interdetti, è una cosa che fa sentire piccoli piccoli, ma in fondo, che differenza fa?

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La Grande Abbuffata

Marco Ferreri verrà certamente ricordato come uno di quei registi italiani che ha avuto davvero il coraggio di raccontare senza paura quello che pensava, e che lo faceva con tutta la sfrontatezza che possedeva.

Ci sono quattro uomini, un aviatore, un ballerino, un cuoco e un magistrato, profondamente stanchi della vita noiosa che conducono, depressi per i loro rapporti interpersonali e perché, nonostante vivano in delle ottime condizioni economiche, non riescono a sentirsi realizzati come persone; decidono così di suicidarsi a forza di mangiare.

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