David Lynch, regista statunitense, per molti un disturbato mentale, per altri un genio, per altri ancora un ciarlatano che si finge sperimentalista, per me, un regista, punto.
Ha di buono di avere un suo stile inconfondibile, basato sulla suggestione dell’ immagine, forse, tra i registi di oggi, è quello che più si avvicina al significato vero e proprio dell’ affermazione “fare cinema” (pochi dialoghi non essenziali, film molto diversi tra loro, e un grande senso dell’ estetica nell’immagine); ha di cattivo, che il caos (totalmente psichico, sia chiaro) che lui prende come base della messa in scena dei suoi film, rischia (anche se è un rischio calcolato e che non gli ha impedito di realizzare dei grandi capolavori di questo genere) di trasformare lo stesso film in un gran caos, e non qualcosa di significativamente ordinabile o che, comunque, possa avere delle possibili interpretazioni, ma qualcosa di totalmente delirante, fuori da ogni possibile decifrazione fatta a mente lucida, il che è poi impossibile, dato che dopo la visione di una sua opera si è storditi, confusi e spesso ci vuole un po’ prima di riuscire ad avere bene in mente tutte le immagini che ci sono passate davanti agli occhi.


