Il fiore delle Mille e una notte

Ultimo capitolo della Trilogia della vita, e questa volta, si cambia la cultura di provenienza: non più europea, ma orientale. E la differenza è notevole, sia per il tipo di ambientazioni che per l’impostazione delle stesse storie, che si snodano in un modo completamente diverso dagli altri: non ci sono più libri o poemi da intellettuali in cui poter scavare trovando tante possibili interpretazioni, o dove sia possibile leggere le vicende con chiavi di lettura diverse, variabili dal cinico al pornografico o addirittura all’anarchico, e non è possibile semplicemente perché Le Mille e una notte non è nata come una raccolta di novelle a sfondo politico, sociale o religioso, ma come un semplice insieme di favole e di fiabe tramandate di generazione in generazione per secoli, contenenti la cultura e la bellezza di un popolo e di una cultura viva da millenni.

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I racconti di Canterbury

Geoffrey Chaucer, si sta recando a Canterbury per visitare il santuario del martire Tommaso Becket, ma durante il viaggio, nella locanda Tabard (una taverna vicino a Londra), incontra un gruppo di pellegrini, anch’essi diretti a Canterbury, e insieme cominciano una sorta di gioco, per passare il tempo. Questo, consiste nel raccontare due storie ciascuno, e quello che verrà giudicato il miglior cantore, riceverà un pasto omaggio nella prima citata taverna. Nel frattempo, Chaucer, scrive quanto viene narrato, e lo rimette insieme in un libro.

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Il Decameron

Primo capitolo della Trilogia della vita e, forse, la prima vera prova del fatto che Pasolini (se ci fossero ancora dubbi) sia stato il più grande regista italiano di quel periodo (ed il migliore in assoluto dopo Nanni Moretti). Non è che brilli tra le vette più alte raggiunte dal regista, ma è una delle tappe fondamentali del suo straordinario percorso di umanizzazione (seguita dalla mistificazione) delle abitudini aristocratiche e perbeniste della tanto odiata società tradizionale, uno sbeffeggiamento della civiltà sessuofobica e (falsamente) neo cattolica, quella dei preti che non si devono sposare e dei ragazzi che non devono fare pensieri impuri, pena l’inferno.

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Uccellacci e uccellini

Di Uccellacci e uccellini si capiranno si e no due battute, o almeno si potranno trovare attinenti al senso comune della realtà, perché tutto il resto viene completamente pervaso da metafore, ma neanche, da veri e propri paradossi e da bizzarre allegorie, messe in scena al limite della follia. Ma tutto ciò, è il mezzo con cui Pasolini tenta di raccontarci, attraverso i suoi occhi ed il suo pensiero, la visione funebre che avremmo potuto avere in quegli anni di caos.

Si potrebbe pensare che sia strano farlo con toni scherzosi, ma come verrà fuori anche in seguito, la commedia è un ottimo genere per raccontare l’attualità oppure, come in questo caso, un’iperbole della realtà (lo si vedrà anche con la trilogia della vita); perché, in effetti, quello che viene mostrato è un possibile risultato dell’evoluzione del governo italiano (la vicenda si svolge nel 2000, come ci ricorda il “protagonista”), ma è difficile inquadrare un vero significato di fondo ed anche una reale dimensione temporale, perché si passa, in pochi minuti, da un momento in cui è già in commercio una crema anticoncezionale (quella che Totò scambia per un unguento contro i calli), al funerale di Togliatti.

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