L’amico di famiglia

Geremia (Giacomo Rizzo), usuraio sessantenne di una cittadina dell’Agro Pontino, è sgradevole di aspetto e di carattere, ma si sente buono e socialmente utile. Crede di salvare le famiglie alle quali presta denaro: ma dal momento in cui accetta di “aiutare” una coppia che deve organizzare il matrimonio della figlia, la sua vita avrà una svolta inattesa.

Non fraintendiamoci: si tratta di un’opera importantissima nel nostro panorama cinematografico presente, ma anche, di uno di quei film che servono per sperare in un futuro artistico migliore, per il nostro paese morente.

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L’uomo in più

Sorrentino e il resto dell’Italia sono su due lunghezze d’onda completamente opposte: il primo è calmo, diretto, sicuro, carico di una malinconia che trova le sue radici in una visione grigia (sempre tenendo tenendosi stretto un raggio di luce nelle tenebre) della società e della condizione umana a cui le persone delle normali scale sociali vanno incontro; la seconda, non persona ma massa, è invece sfarzosa e ridondante, simbolo da sempre uno stile di vita mediamente eccessivo e volgare, votato alla perenne ubriachezza, al consumo di tonnellate e tonnellate di spaghetti, nonché il luogo di punta per i ritrovi della malavita organizzata, patria dei peggiori individui che si possono incontrare sul globo.

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Le Conseguenze dell’Amore

Una cosa sola è certa. Io lo so. Ogni tanto, in cima a un palo della luce, in mezzo a una distesa di neve contro un vento gelido e tagliente, Dino Giuffrè si ferma, la malinconia lo aggredisce, e allora si mette a pensare, e pensa che io, Titta DiGirolamo, sono il suo migliore amico”.Questa è la frase conclusiva, che accompagna le immagini di un uomo con un vestito da operaio e la barba folta che ripara un palo della luce circondato dai monti innevati del Trentino, quello è Dino Giuffrè, il miglior amico di Titta, nonostante non si vedano e non si sentano da più di vent’anni, e lo è perché gli amici veri, restano tali per sempre.

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