Il deserto dei tartari

Un giovane ufficiale, il tenente Drogo (Jaques Perrin), viene inviato per servizio in una fortezza che si trova ai margini del deserto. Qui attende, assieme ai suoi compagni, di potersi misurare con i nemici, i tartari. Ma i giorni passano senza che nulla accada. Nel frattempo il tenente vede infranti i suoi sogni di gloria: si ammala gravemente senza essere riuscito a combattere.

Se il film fosse “solo” una riproduzione sfarzosa ed elegante dell’omonimo libro di Buzzati, sarebbe già un’opera di pregio, ma Zurlini non si accontenta di far questo (come altri avrebbero fatto), si spinge oltre i limiti della comunicazione dell’immagine, ignorando l’impossibilità economica e la scarsità dei mezzi (fu Perrin a raccogliere il gruzzolo necessario per girare il film), e superando la paura delle evidenti difficoltà che esistono nel parlare di un’attesa estenuata e sconfortante.

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La Grande Abbuffata

Marco Ferreri verrà certamente ricordato come uno di quei registi italiani che ha avuto davvero il coraggio di raccontare senza paura quello che pensava, e che lo faceva con tutta la sfrontatezza che possedeva.

Ci sono quattro uomini, un aviatore, un ballerino, un cuoco e un magistrato, profondamente stanchi della vita noiosa che conducono, depressi per i loro rapporti interpersonali e perché, nonostante vivano in delle ottime condizioni economiche, non riescono a sentirsi realizzati come persone; decidono così di suicidarsi a forza di mangiare.

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