Dopo essere vagata per lo spazio in stato di ibernazione per cinquantasette anni, Ellen Ripley (Sigourney Weaver) viene tratta in salvo da una squadra di soccorso e ricondotta sulla Terra. Qui riceve l’incarico dalla vecchia compagnia per cui lavorava (quella che possedeva la Nostromo) di far ritorno sul pianeta LV429 per capire perché gli abitanti hanno interrotto i contatti con la base. Scopriranno che sono rimasti vittime di una colonia di alieni dello stesso tipo di quello che aveva ucciso i membri dell’equipaggio di Ripley.
Questo di Ridley Scott (qui alla seconda regia) è uno di quei cult intramontabili, la cui fama mi ha sempre lasciato un po’ interdetto. Non metto in dubbio che sia un film suggestivo, dotato di una tensione penetrante e claustrofobica, creata non con il sangue o con la violenza, ma con l’oscurità, il non vedere il mostro, l’essere sempre circondati dal dubbio di non essere soli, o non con chi vorremmo essere, ma aspettiamo un secondo e riflettiamo, prima di dire che è un capolavoro.
Innanzi tutto, cominciamo a parlare della storia: un cargo spaziale, appartenente ad una ricca multinazionale, sta ritornando sulla Terra, quando viene fermato da un messaggio di soccorso. L’equipaggio, formato da Dallas, Ripley, Parker, Lambert, Brett, Kane e Ash, scende sul pianeta da cui proviene il segnale e li, trovano un’astronave aliena; all’interno di essa, Kane trova una distesa di uova e, mentre le sta osservando, una di esse si “schiude”; da questa esce fuori una specie di ragno, che si attacca alla faccia del povero malcapitato, che subito entra in una sorta di coma.
Ci vuole coraggio per parlare di un film così. Lodarlo sembra scontato, parlarne male, invece, sarebbe falso ed inappropriato.
James Cameron ci ha fatto aspettare ben dodici anni dal titanico “Titanic”. Posso affermare, in tutta sincerità, che sono stati dodici anni ben spesi. Ha voluto aspettare la tecnologia giusta, il momento appropriato ed un pubblico (perchè per fortuna o per sfortuna, anche a questo si deve pensare) che fosse abbastanza pronto.
2154. Il marines Jake Sully (Sam Worthington), costretto da una paresi su una sedia a rotelle, viene assegnato al progetto ingegneristico che doveva essere svolto dal fratello gemello deceduto. Parte quindi per Pandora, un pianeta/satellite di un mondo molto lontanto dal nostro. Qui si dovrà integrare con la popolazione locale, i Na’vi, creature umanoidi, alte tre metri, dalla pelle striata di blu, e molto distanti dagli essere umani in quanto a cultura e valori. Per farlo Jake deve infatti guidare il suo Avatar, una creatura dal DNA umano misto a quello Na’vi, che però non ha una coscienza propria, e che può prendere vita grazie ad un collegamento neurale a distanza.


