La prima cosa bella

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Virzì non mi delude mai e quando gioca in casa, girando i suoi film a Livorno, è sempre più brillante, semplice ma con una sensibilità mai banale.

Elezione di miss Pancaldi, evento popolano nell’estate del 1971 a Livorno. La scelta Anna come “mamma più bella” sembra essere il fatto che scatena scompiglio nella storia della famiglia Michelucci, dando il via ad una serie di eventi.

Anni dopo Bruno Michelucci (Valerio Mastrandrea) professore di mezz’età trasferitosi a Milano, viene improvvisamente richiamato a casa dalla sorella più giovane Valeria (Claudia Pandolfi), la quale gli comunica l’arrivo allo stadio terminale di una lunga lotta contro il cancro della madre Anna (Stefania Sandrelli). Bruno, seppur disinteressato, si convince a riallacciare una relazione con sua madre che aveva troncato molti anni prima.

La trama si struttura in un semplice intreccio di tempi tra la metà degli anni ’70, gli ’80 e i giorni nostri. Una composizione che ci è di chiarimento per capire cosa ha spinto i personaggi nel corso della vita ad essere quello che sono adesso. In special modo Bruno, nato infelice e bambino quasi incapace di ridere, dal giudizio acuto, poco comprensivo e condannatorio, che in fondo ci rivela solo una grande sensibilità ed un carattere empatico dove sembra accollarsi il dolore e le vergogne altrui per non cercare di soffrire lui stesso.

Un bel personaggio anche quello di Anna, la mamma, che sembra all’eterna ricerca di chissà quale felicità, senza però aver visto quella che si cela proprio dietro l’angolo, facendo però dei suoi figli la sua ragione di vita e cercando di non fare pesare ai suoi bambini i suoi fallimenti e la sua solitudine.

Sempre più convincente Valerio Mastrandrea che si è imposto di imparare il livornese (pur avendo già iniziato per il film “N, io e Napoleone”, sempre di Virzì) e che sembra in grado di migliorarsi ad ogni film sotto tutti i punti di vista. Confesso che Micaela Ramazzotti, in quanto la “moglie del regista” non mi aveva fatto sperare un granchè. Ma si è invece rivelata all’altezza anche se forse la trovo più simile di quanto vorrei al personaggio già da lei interpretato in “Tutta la vita davanti”. Claudia Pandolfi torna agli albori, lavorando di nuovo con il regista livornese, come aveva già fatto in Ovosodo del 1997. Stefania Sandrelli riprende la parlata più sciolta di casa sua e si trova perfettamente a suo agio nel ruolo di Anna dei giorni nostri, in grado di sorrisi, seppure vicino alla morte, in grado di abbracciare il mondo.

Sempre buone le storie di Paolo Virzì, che in questo caso ci offre uno spaccato di vita con gli usi e i costumi degli anni ’70 accompagnato da classici musicali come “L’immensità” di Don Backy, “Born to be alive” di Patrick Hernadez e canzoni dei Camaleonti.

Preciso, giusto con buoni dialoghi, non mi sembra di aver trovato un buonismo gratuito ma solo l’umana voglia di sbagliare, imparare dai propri errori e rialzarsi.

Sul finale anche qualche piccolo colpo di scena mirato forse ad una lacrima.

Un dramma-commedia per tutti al fine di lasciarci con un piacevole sorriso amaro.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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