Novecento

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Spaccare in due questo film quasi perfetto è un impresa impossibile così come è impossibile valutarne uno senza tenere in considerazione ciò che avviene dopo; nel primo atto viene fatta una presentazione dell’Italia degli inizi del Novecento (appunto), concentrandosi soprattutto sugli squilibri tra classi che ancora erano evidentissimi: i padroni erano i “tiranni” e i capi assoluti, e i “dipendenti” erano ridotti quasi ad un livello di schiavitù, non c’ era da mangiare, non c’ erano soldi (o meglio c’erano, ma finivano in tasca ai potenti) e soprattutto, non c’erano diritti, fu per questo che si andarono a creare i primi sindacati (oltre che per conseguenza del Big Bang creato da Marx e Engels); la Grande guerra non aiutò di certo a migliorare, anzi, la nostra fu una vittoria “mutilata” ed il paese si trovava in uno stato di grande crisi, e fu proprio per questo (come viene detto alla fine della seconda parte) che Mussolini e i suoi “amici” si allearono con la Germania nazista e si inventarono la scusa sulla supremazia italiana sul mondo, per poter ricominciare la produzione di armi e armamenti e poter distrarre il popolo ormai corrotto dal vero problema che si annidava dietro a tutto questo: una crisi che ci avrebbe distrutto.

Ci vengono mostrati i primi gruppi di camice nere (con il fascista per eccellenza rappresentato da Attila, uno straordinario Donald Sutherland), e lontano lontano la nascita dei movimenti di ribellione partigiani.

Nel secondo capitolo, il senso dell’introduzione che il primo atto aveva eseguito, e il vero scopo del film, si capiscono e quindi se vogliamo questo (se proprio vogliamo dividere) è meglio del primo; perché Bertolucci voleva utilizzare alcuni tratti del primo ventennio del secolo per fare una panoramica e per far capire il perché di certi avvenimenti che accaddero nel periodo storico che veramente gli interessa raccontare: il ventennio fascista.

Visto con gli occhi di due amici fraterni (De Niro e Depardieu), uno che tanta di ignorare ciò che sta avvenendo e vuole solo essere lasciato in pace, l’altro che fa di tutto per mantenere vivo l’ideale socialista di quegli anni che lo ha cresciuto.

Donald Sutherland invece è completamente a destra e tutte le sue crudeltà sono rappresentate in scene tesissime e crudeli (lo stupro del bambino e l’ omicidio della donna lanciata sul cancello).

La vendetta finale degli oppressi arriva con il salto temporale fino al venticinque aprile del Quarantacinque, quando i capi fascisti vengono assassinati, in quel momento Olmo convince gli altri contadini che non c’è bisogno di uccidere Alfredo perché in ogni caso, il loro ideale trionferà e i padroni saranno debellati, ma come quest’ultimo gli dice infine, “il padrone è vivo” e qualunque cosa le persone facciano, lo rimarrà sempre, così come esisteranno sempre gli oppressi, la netta divisione tra il potere dell’aristocrazia e l'”inesistenza” delle classi in fondo alla piramide.

Questo a mio avviso è il miglior film sul fascismo, che ha dalla sua una colonna sonora magnifica, una fotografia da brivido, ed un cast da panteon di divinità Greche, che rendono le atmosfere contemporaneamente tese, nostalgiche e affascinanti, arricchite poi da momenti di cinema straordinari, da porte aperte su altre bellissime e commoventi storie umane, e da un connubio di stili diversi in cui si possono riconoscere la meravigliosa estetica dei colossal alla Luchino Visconti, l’umanità e il sentimento di Pasolini, ed in più quel tocco registico che contraddistingueva Bertolucci dagli altri, e gli permetteva di girare film dalla potenza emotiva e visiva straordinarie.

Dopo questo capolavoro, non è più stato in grado di utilizzare una simile forza espressiva.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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