Solomon Kane

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Durante il XVII secolo Solomon Kane (James Purefoy), un uomo dall’aspetto cupo e tenebroso, vaga per il globo con il preciso obiettivo di estirpare il male assoluto presente sulla terra in ogni sua incarnazione per potersi redimere. La sua prima missione, consiste nel sottrarre Meredith (Rachel Hurd-Wood) dalle grinfie di un potente stregone.

Non tutto funziona, non tutto è orchestrato al meglio, cosa strana, molto strana, soprattutto considerando l’arco di tempo che ci è voluto ha preparare il film, a scrivere una sceneggiatura ottimale, a cercare le location e tutto il resto.

Quello manca, probabilmente, è la mano decisa di un regista che vuole fare un tuffo nel passato senza preoccuparsi tanto dei problemi che potrebbero scaturirne e di conseguenza, la mente torna per forza a Conan il barbaro, capolavoro del cinema fantasy, alla complessità stilistica di quel film, così mortalmente sottovalutato, e ci tornano alla mente due nomi che risolvono il mistero: John Milius alla regia, Oliver Stone alla sceneggiatura.

Mancano, l’artigianato classico del primo, e la crudeltà del secondo, ma Solomon Kane, nonostante tutto, è certamente una sorpresa per chi, come me, si aspettava il classico blockbuster pseudo fantastico, senza arte né parte.

Cominciamo col dire, che non si tratta neanche di un vero e proprio fantasy, siamo invece in terra di cinema horror vero e proprio, con venature non indifferenti della più bell’acqua di film d’avventura. L’atmosfera che circonda la vicenda, racchiude al suo interno un sinistro velo di terrore profondo: siamo in un Seicento ricreato ed abbruttito, in cui è ancora vivo il Medioevo delle scorribande, delle strade circondate da monti di cadaveri, della peste e delle epidemie, ma soprattutto, della caccia alle streghe, con l’aggiunta, però, di un male reale, una magia terribile che oscura il cuore degli uomini corrompendoli e schiacciandoli; le vesti del male, vengono fatte prendere da una bambina (apparentemente) innocente, da un guaritore accecato dall’avidità, dal mietitore con la sua spada di fuoco per falciare le anime dannate, da un cavaliere mascherato uscito direttamente dagli scheletri nell’armadio del protagonista, e da un parroco che da gli esseri umani in pasto ai suoi “fedeli” tramutati in demoni.

Questo trasportato nelle lande desolate dei boschi inglesi ricoperti di neve, ed abitati da gente che muore di fame, da religiosi, da banditi, da pellegrini che festeggiano la loro partenza per un nuovo mondo che si prospetta ancor più vecchio e decadente (oltre che grondante sangue) di quello lasciato.

Si strizza l’occhio, a Tolkien e alla sua fede, ai racconti di marinai e pirati, a tratti a Robin Hood (traslato in altra epoca), con alcuni accenni di Bram Stoker e più di un riferimento all’epica cavalleresca e alle leggende nordiche.

Ciò che il regista compie su questo promettente materiale è un’operazione rischiosa: schiacciare tutta la vicenda, comprimendola intorno al personaggio principale, ma il risultato finale, soddisfa eccome. James Purefoy, lo spilungone che somiglia un po’ a Hugh Jackman ed un po’ ad un Colin Farrell “invecchiato”, ha la faccia perfetta per interpretare il personaggio, e ci mette tutto il suo impegno (bellissima la sequenza della crocifissione) riuscendo perfettamente a delinearne il carattere: Solom è un po’ la cattiva coscienza del mondo (nonché una specie di alter ego dello scrittore, che infatti lo descrisse come il miglior personaggio da lui creato), ed il suo ciclo avventuroso ne è il purgatorio, è un guerriero quasi imbattibile che cerca la redenzione in un mondo governato dall’orrore e dalla malvagità, e che abbandona le vie della pace, per diventare “il braccio violento della legge di Dio”.

Insomma, non il solito personaggio da due soldi, ma un uomo affascinante ed oscuro, che sta al centro di tutto; i paesaggi maestosi ed ogni accenno di spettacolarità eccessiva vengono uccise in inquadrature ravvicinate, che riprendono i combattimenti nella loro minuziosa confusionarietà, lasciando il meglio degli effetti per il prologo e per l’epilogo.

Ma l’elemento che davvero gli fa prendere le distanze dai blockbuster classici, è l’organizzazione dei tempi dell’azione: il ritmo, viene dilatato, le sequenze dei combattimenti ridotte, ed il loro “contenuto” dimezzato, per dar invece spazio al lato umano ed allegorico della storia, ma soprattutto per lasciare libero campo ciò che veramente muove tutto, e cioè la tensione e le scene terrificanti, per questo affermo che il film è prima di tutto un horror.

Insomma, questo film si rivela essere un polpettone imperfetto, ma assolutamente prezioso, controcorrente rispetto ad altre fracassonerie moderne, e molto interessante.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo

http://www.youtube.com/watch?v=rMql_NQjDPo

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