Ginger e Fred

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Amelia (Giulietta Masina) e Pippo (Marcello Mastroianni), in arte Ginger e Fred, avevano avuto successo sui palcoscenici di provincia nei lontani anni Quaranta. Si ritrovano, dopo decenni, per partecipare a un varietà di vecchie glorie organizzato da una televisione privata. Un’esperienza da incubo, ma ai due resterà il piacere di essersi ritrovati per un momento.

Ginger Rogers e Fred Astaire come simbolo della decadenza del cinema e dell’intrattenimento: si perde qualsiasi accenno di bellezza umana, ogni briciolo di vitalità, non esiste e non esisterà più lo spettacolo in grado di far trascorrere piacevolmente alcuni momenti grazie agli artisti veri; questi ultimi sono solo le ombre di loro stessi, troppo consumati dalla stanchezza, dalla fatica e dai rimorsi, portati dall’inevitabile revisione finale della propria vita.

Tutto questo, viene identificato con una sola cosa: la televisione. Quella malvagia scatola nera che, invece di servire come mezzo per far progredire l’umanità, viene utilizzata come trappola per le menti deboli, diviene l’unica fonte di informazione, che fa passare solo le notizie utilizzi alla continuità del sistema, che fa scadere nel grezzo anche le cose più belle, creando illusioni, stereotipi, ed alimentando l’apatia della gente.

La televisione si è trasformata molto rapidamente nel primo mezzo di alienazione dei popoli civilizzati. E di fronte a quello schermettino che mette in risalto solo le comodità o le tragedie altrui, si intrecciano storie, tante storie, come quella di Amelia e Pippo, due anime omologate di una generazione estinta, con la loro dignità e spiritualità, cancellate entrambe in un lampo da quell’ultima apparizione in televisione.

Ma anche ciò che aleggia intorno all’industria del piccolo schermo è orripilante: prima uno spettacolo veniva progettato ed allestito in modo minuzioso, facendo attenzione a tutto per evitare errori di qualsiasi tipo, nonostante tutti coloro che partecipavano fossero degli esperti, oggi (e negli anni Ottanta…) è tutto tirato via, effettato, patinato, per dare quella sensazione di plasticità che caratterizza ogni singolo fotogramma dell’infernale apparecchio; e poi c’è la questione degli operatori e dei tecnici, cafoni, egoisti, privi di qualsiasi barlume di inventiva, con la parlantina facile, e la capacità di nascondere le offese, ed il niente delle loro affermazioni, per gente così, lo spettacolo delle antipodi, non può che essere scomodo.

Ed è in questo clima di freddezza che si muovo i due amori di Fellini, che non possono non suscitare tenerezza, e che fanno apparire squallida la falsità del mondo in cui si ritrovano catapultati, tanto quanto è nostalgica la loro travagliata storia, terminata con la definitiva separazione, e con il velato addio alla stazione, dopo l’ultimo tip tap insieme.

Questa è una delle opere che appartengono all’ultimo periodo della carriera (e della vita) di Fellini, e come tale è crepuscolare, sofferta, nostalgica e molto convincente, come le altre del resto (a parte l’osceno Intervista, che è un caso isolato).

Bravi i due protagonisti, con Mastroianni triste ed irriconoscibile, ottima la musica e la ricercatezza dei volti, e sempre eccellente il regista nel creare una dimensione onirica che non gli appartiene, con un’estetica falsata e con colori molto più grigiastri, come se tutta l’operazione nascesse per dire “è inutile tentare di convincersi di essere ancora in grado di cambiare le cose, il nostro tempo è finito, e tanto vale lasciare che gli eventi facciano il loro corso”.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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