Pranzo di Ferragosto

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Gianni (Gianni DiGregorio) vive in una vecchia casa del centro di Roma con la madre, una nobildonna decaduta che lo tiranneggia e gli lascia solo il tempo per l’osteria. Alla vigilia di ferragosto, l’amministratore del palazzo, conoscendo la sua situazione di “cattività”, gli propone di tenere con sé, per un paio di giorni, la propria mamma, in cambio dell’abbuono di tutte le spese condominiali non pagate. Quando si presenta a casa sua in compagnia anche della vecchia zia, Gianni accusa un piccolo malore. Si reca allora da un amico medico per un controllo, che guarda caso gli affiderà pure lui l’anziana madre per la giornata festiva.

Qualcuno come DiGregorio si è illuso che i facili compromessi potessero salvare il cinema italiano dal baratro, ed è un vero peccato che nessuno sia andato a dirgli che non è così: potevano risparmiarci questo ennesimo supplizio per immagini.

Non so proprio che dire: forse a qualcuno di quelli a cui è venuto in mente di girare il film, è capitato di vedere (per puro caso) Dillinger è morto di Ferreri, ne devono avere apprezzato la struttura narrativa asciutta, il clima sarcastico, le atmosfere claustrofobiche, e devono aver detto “ma perché non lo facciamo anche noi?”.

Poi da li, il resto era molto semplice: facciamo un bel calderone purulento di niente, ci gettiamo dentro un po’ di equivoci stilistici (non mi riesce di chiamarli in altro modo) che vanno ad inzaccherare in modo definitivo anche quei pochi barlumi di lucidità che potevano “salvare” l’operazione dallo scatafascio completo, chiediamo ad un tizio con un nome noto di farci dare due lire per pietà (Matteo Garrone) per poter mettere il suo nome scritto a lettere cubitali sulla locandina (tra l’altro di pessimo gusto), e mescoliamo il tutto, gettandolo poi in faccia al primo che passa, senza neanche avvertirlo che si tratta di una brodaglia repellente.

E poi c’è il colpo di grazia: si tenta di fare poesia con un fondo di amarezza. Questo direi che è il punto di non ritorno, è la zona di pericolo in cui, l’innocuo disastro girato come un filmettino casalingo senza neanche un barlume di inventiva, si trasforma anche in una sventurata mediocrità ideologica: il concetto di donna viene surclassato in senso negativo da un’aberrazione a tratti quasi discriminatoria da parte di individui maschilisti ed abbastanza ignoranti, tutta la vecchiaia, e tutto il cammino verso la fine, che aveva regalato al mondo capolavori immensi (così su due piedi mi vengono in mente Una storia vera di Lynch, Gran Torino di Eastwood, e da un certo punto di vista anche Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen) e gran bei film (uno su tutti A proposito di Schmidt), viene letteralmente ucciso e ridicolizzato in una dimostrazione di immaturità a tratti paradossale (visto che non è certo un ragazzino che lo dirige…), che riduce tutto il concetto dell’anzianità, che è forse il momento che più ci fa avvicinare al significato della nostra esistenza, ad una patetica e kitsch metafora da due soldi sui motivi per cui i “vecchi” siano un ammasso di rimbambiti.

Le quattro vecchie sembrano uscite da un ospedale psichiatrico di Beautiful (con la mamma di DiGregorio che ha l’aspetto di uno scheletro carbonizzato, con la pelle ustionata dalle troppe lampade ed i lineamenti da babbuino, e mi è inconcepibile capire il perché della parrucca e del trucco…), i personaggi secondari sono meno che macchiette, ed il DiGregorio attore oltre ad essere disorientato si costruisce un personaggio a metà tra il Massimo Ghini con la pelle tirata ed il capelli leccati dalla mucca delle fiction, ed uno psicopatico gerontofilo che si ritrova miracolosamente circondato dalle sue “prede d’annata”.

Il resto semplicemente non c’è, o si sono dimenticati di sottolinearlo.

Humor
Ritmo
Impegno
Tensione
Erotismo
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